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Veneto. Quasi 1.500 classi sono già in Dad. Palumbo: «Scuola tirata al massimo». Prof colpiti dal Covid «Io, preside, costretta a salire in cattedra»

Il Corriere del Veneto. Ogni storia può essere narrata in modo diverso. Prendiamo la scuola che ha riaperto regolarmente i battenti mentre infuriava la quarta ondata, lo scorso 10 gennaio. A guardare i dati, potremmo dire che il sistema tiene: la percentuale delle classi in quarantena (e quindi in Dad) è appena del 4,5%. Se, però, prendiamo i numeri assoluti dovremmo spiegare che, a ieri, in tutto il Veneto, nelle scuole di ogni ordine e grado, si contavano 1.479 classsi in Dad. Dovremmo parlare di quasi trentamila ragazzi che a scuola in questi giorni non ci vanno già più. Per la precisione 29.580 famiglie che vivono un lockdown 2.0. Però fluido.

Già, perché una delle caratteristiche della scuola scandita dai nuovi protocolli somiglia davvero a un gioco di società: all’asilo con un positivo scatta la quarantena di 10 giorni per tutta la classe con un tampone di uscita. Alle elementari con un solo positivo si va in presenza, si fa auto sorveglianza ma si fa un tampone a tutti il quinto giorno. Con due positivi scatta, invece, la Dad. Alle medie e alle superiori le regole del gioco si complicano: con un caso si sta in presenza in auto monitoraggio, con due casi le strade si biforcano a seconda dello stato vaccinale dello studente: chi ha la dose booster o è guarito da non oltre 120 giorni può andare a scuola, per gli altri va garantita la Dad. Uno schema complesso reso addirittura impervio dal continuo fluire di informazioni sanitarie. Ci spieghiamo, una terza elementare in auto sorveglianza può restarci anche solo un paio di giorni perché poi magari spunta un secondo positivo e l’assetto cambia in corsa. Colpa anche delle circolari ministeriali e non che dovrebbero spiegare la messa a terra dei protocolli ottenendo invece, spesso, l’effetto contrario.

Non a caso, lo ricorda Carmela Palumbo, direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, proprio ieri sono state divulgate alcune chiarificazioni da parte del sempiterno Dipartimento di prevenzione regionale guidato dalla dottoressa Francesca Russo e terminale di due anni di scenari in continua evoluzione. Le chiarificazioni sono già pubblicato sul sito dell’Usr e vanno nella direzione, spiega Palumbo, «di un alleggerimento dell’attuazione dei protocolli e di una maggiore uniformità». Sandra Biolo, Cisl scuola, parla infatti di «Sisp ormai comprensibilmente allo sbando che danno informazioni diverse l’uno dall’altro». Chiarezza e uniformità dovrebbero aiutare i dirigenti scolastici che lavorano ormai h24, fine settimana compresi. Lo denuncia Biolo, lo conferma Palumbo «ho incontrato le rappresentanze sindacali della dirigenza proprio stamattina (ieri ndr )e i dirigenti e i referenti Covid sono davvero stanchi. Speriamo che questo sia il plateau perché la scuola è sottoposta ormai a un alto livello di stress. Le scuole ormai sono tirate al massimo». Sì, perché quel 4,5% di classi in quarantena si porta appresso una cifra pressocché analoga di classi «in duale» cioè un po’ in Dad e un po’ in presenza. Epicentro del caos sono i piccoli. Prendiamo i dati veronesi: su 5919 studenti in Dad (più 72 docenti e personale non docente), oltre 4.600 sono di asili ed elementari. Così i presidi vivono incollati all’e-mail per il conteggio di chi va in quarantena e chi ne esce.

C’è poi l’altro vulnus da sanare, quello dei docenti. Lo spiega bene la dottoressa Palumbo: «Avevamo già posto il nodo dei supplenti che si sta puntualmente verificando. L’assunzione dei docenti dalle liste della messa a disposizione non garantisce, indipendentemente dalle qualità dei singoli, una continuità perché sono soggetti che non hanno mai avuto neppure un’esperienza di supplenza e quindi la possibilità di incidere positivamente è minima». Ieri, per dire, la sindaca di Silea, nel Trevigiano, Rossella Cendron, ha fatto un post su Facebook invitando chiunque fosse in possesso dei requisiti minimi di contattare la scuola che provvederà a inquadrare i nuovi insegnanti. Ed è pure già tempo di scrutini, attività in cui era impegnata anche ieri sera la preside dello Stefanini di Mestre, Mirella Topazio che è stata fra i firmatari dell’appello dei presidi per rinviare l’apertura delle scuole. «Qualche giorno in più – spiega – ci avrebbe dato la possibilità di capire bene i nuovi protocolli per poi spiegarli alle famiglie». La professoressa Topazio ha 52 classi, quasi la metà è coinvolta da quarantene e auto sorveglianza. Biolo la definisce «una giungla ormai ingestibile. Un conto è la narrazione ministeriale, un altro è la realtà». Non bastasse, al Nievo di Padova, si sono allagate dieci aule costringendo alla Dad altrettante classi. Piove sul bagnato.

Prof colpiti dal Covid «Io, preside, costretta a salire in cattedra»

Quando è entrata in classe e ha fatto l’appello gli alunni l’hanno guardata increduli. «Ma che ci fa la preside qui?», si sono chiesti mentre non volava una mosca. Eppure Alessandra Mura, classe 1974, dirigente dell’istituto comprensivo «Elena Lucrezia Corner» di Fossò e Vigonovo (che comprende sette plessi diversi), la scorsa settimana è dovuta correre ai ripari e salire in cattedra d’urgenza.

Cos’è accaduto, preside?

«Avevo trovato dei sostituti per tutti i docenti malati ben prima che la scuola riaprisse i battenti ma a poche ore dal rientro dalle vacanze in molti hanno chiamato per dare forfait. Un contatto improvviso con un positivo o la quarantena per Covid li hanno costretti a casa. Ci siamo trovati con moltissime assenze tutte all’ultimo minuto e tutte molto complesse da gestire».

In che senso?

«Si tratta di supplenze brevi, in molti non le accettano, qualcuno mi ha detto di sì il 5 gennaio e il 7 ci ha ripensato. Tant’è che alla fine il 10 gennaio in una sola scuola media mancavano sette docenti».

E lei, benché sia la preside, è dovuta «salire in cattedra».

«Sono laureata in Lettere ma ho sostituito qualsiasi collega. E non sono l’unica, tutti i docenti presenti si sono dati davvero molto da fare per coprire le ore degli assenti. Lo abbiamo fatto per non ridurre la frequenza dei ragazzi. Italiano, matematica, ma anche inglese, ho coperto ore di ogni disciplina, naturalmente insegnando solo la mia materia».

Quanto tempo è durata questa situazione?

«Sono stata in classe con i ragazzi durante la prima settimana di ripresa delle lezioni, in classi diverse e cercando di coprire le ore rimaste vuote per l’assenza di colleghi. Abbiamo lavorato la mattina in classe e altrettante ore al pomeriggio per gestire le emergenze. Da qualche giorno fortunatamente la supplente di inglese è stata trovata, due professori sono rientrati e ora le cattedre da coprire sono solo quattro».

Alcuni docenti assenti erano stati sospesi per la mancanza del Green pass?

«No, non ne abbiamo. Erano soprattutto docenti in malattia, a casa per contatto con positivi o per ragioni personali. Siamo riusciti ad affrontare questa situazione ma temo che non sarà l’unica, le scuole sono veramente in difficoltà. Per ogni caso risolto se ne apre un altro, ormai viviamo alla giornata. Non sappiamo più come fare. Le graduatorie di Lettere e Matematica alle medie sono esaurite, anche le MAD, ovvero le messe a disposizione consegnate direttamente a scuola. L’organico Covid aiuta ma è molto ridotto, nel nostro caso ad esempio abbiamo un solo docente».

Altre complicazioni?

«Un problema a parte lo vivono le classi con uno studente con ore di sostegno. Quando manca l’insegnante dedicata gli alunni con disabilità rimangono in aula soltanto con la docente di quell’ora, che da sola, non riesce a seguirli come meriterebbero».

E le famiglie?

«Per le segnalazioni di positività al Covid la scuola ha istituito una e-mail apposita e quando si verifica un caso la segreteria avvisa tutti i compagni. Le famiglie scrivono spesso anche per chiarimenti sui protocolli, perché il Servizio sanitario non risponde. I telefoni squillano di continuo e purtroppo anche il personale di segreteria è a ranghi ridotti».

La soluzione qual è?

«Non lo so. Di sicuro i nuovi protocolli decisi durante le vacanze di Natale hanno complicato le cose, rendendo tutto più difficile da gestire. Chiediamo solo che le procedure vengano snellite e nel frattempo speriamo che questo sia il picco massimo dei contagi, altrimenti sarà necessario pensare a soluzioni diverse per le scuole. Così non possiamo continuare».

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