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Venezia. La presidente Zaccariotto indagata per l’assunzione del nipote di un boss, arrestato per traffico di cocaina

L’ex sindaco di San Donà e attuale presidente della Provincia Francesca Zaccariotto è indagata per abuso d’ufficio e falso per la vicenda dell’assunzione da parte dell’amministrazione comunale come guardia parco a tempo determinato di Luciano Maritan, nipote del boss Silvano, e finito nuovamente in carcere lo scorso ottobre con le accuse di traffico di cocaina, corruzione, truffa e falso.

Con lei nei guai è finita anche la dirigente degli affari generali Eugenia Candosin. Ieri, i pubblici ministeri di Venezia Carlotta Franceschetti e Walter Ignazitto, che coordinano le indagini dei carabinieri veneziani del Nucleo investigativo, avrebbero dovuto interrogarla, ma l’appuntamento è stato rinviato su richiesta del suo nuovo legale, l’avvocato veneziano Renzo Fogliata. Appena venuta a conoscenza che era finita sul registro degli indagati, l’esponente della Lega Nord aveva nominato l’avvocato trevigiano Bruno Barel, specializzato in diritto amministrativo e più volte chiamato a difendere gli interessi dell’amministrazione regionale dal presidente della giunta, il leghista Luca Zaia. Solo da pochi giorni Francesca Zaccariotto ha poi nominato il penalista veneziano, che ha chiesto tempo ai rappresentanti della Procura, i quali hanno accolto la sua richiesta. Sempre ieri, intanto, hanno patteggiato la pena davanti al giudice veneziano Massimo Vicinanza i due trafficanti di droga – per loro stessa ammissione – che hanno fatto prendere il volo a questa inchiesta. Gli avvocati difensori degli imputati, sono i sandonatesi Luca Fregonese e Bernardo Litrico, hanno raggiunto l’accordo con la pubblica accusa per una pena di due anni e due mesi di reclusione ciascuno. Ha patteggiato due anni e otto mesi di reclusione, infine, anche Lodovico Manzo, identificato come l’autista dell’auto con la quale sono stati compiuti, nel settembre e nell’ottobre di due anni fa, i due viaggi fino a Milano per acquistare in entrambe le occasioni circa un chilo di cocaina. Senza le dichiarazioni di Fregonese e Litrico gli investigatori dell’Arma avrebbero trovato enormi difficoltà e maggiori ostacoli a far scattare le manette ai polsi di «Cianetto» Maritan e dell’appuntato dei carabinieri Silvio Volpin, i quali alcuni giorni dopo l’arresto hanno ammesso le proprie responsabilità. Dopo aver arrestato i trafficanti, i due pm e i carabinieri hanno rivolto la loro attenzione al Municipio per quella strana assunzione, seppur temporanea. Perché in graduatoria Maritan ne aveva ben venti davanti a sè. Invece, con la delibera della giunta guidata dal sindaco di allora Francesca Zaccariotto fu assunto per 500 ore di prestazione come guardia parco e si portò a casa cinquemila euro. Gli inquirenti stanno cercando di capire come «Cianetto» abbia potuto scavalcare più di venti candidati che avevano risposto all’avviso pubblico per la ricerca di personale con data 4 giugno 2012. Una trentina di persone messe in fila, con «Cianeto» nipote del boss , agli ultimi posti. Il sospetto è che sia stato fatto un favore a lui e, meglio, anche allo zio, naturalmente è un’ipotesi di lavoro e gli investigatori dell’Arma hanno sequestrato la documentazione in tre diversi uffici del Municipio, Personale, Polizia locale e assistenti sociali, per appurare, per trovare prove che confermino i sospetti o spazzare via definitivamente qualsiasi dubbio sul comportamento della giunta comunale e dei funzionari che hanno istruito la pratica. Sono stati sentiti come persone informate sui fatti l’assessore che allora portò in giunta la delibera per l’assunzione, Andrea Seren Rosso, e il comandante dei vigili Danila Sellan. «Posso dire che l’inserimento di Maritan ha rispettato la legge e le normative previste», aveva sostenuto allora Francesca Zaccariotto dopo aver saputo dell’acquisizione dei carabinieri in municipio. «Maritan si era rivolto ai servizi sociali, aveva una figlia a carico, non lavorava ed era stato in carcere. Ha partecipato a una graduatoria e ha avuto quel lavoro per qualche mese. Il suo era un caso di disagio sociale, al pari di disoccupati e cassintegrati» aveva concluso. Chissà se ripeterà queste parole ai pubblici ministeri in veste di indagata.

La Nuova Venezia – 29 gennaio 2014

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