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Venezia. Metà medici in pensione a breve. «Così rischiamo grosso»

Nel giro di pochissimi anni i medici di famiglia potrebbero ridursi drasticamente di numero. Il raggiungimento dell’età pensionabile rischia di dimezzare gli oltre 300 medici di famiglia in servizio sul territorio di competenza dell’Asl 12. Un problema non da poco, che l’Ordine segnala con apprensione.

Ogni anno in Veneto sono circa 160 i medici di famiglia che cessano l’attività, ma solo 40 quelli che escono dalla scuola di formazione regionale. «La media di età dei medici di famiglia che rientrano nell’Ordine provinciale (in questo caso circa 600, ndr) si aggira sui 56 anni», osserva il presidente dell’Ordine, Maurizio Scassola. «Un’età piuttosto avanzata calcolando i termini pensionistici attuali. Sappiamo che dal primo gennaio 2013 la scadenza passerà da 65 a 68 anni. In base alle nuove normative che rientrano nei termini della nostra cassa previdenziale, l’Enpam, entro il 2015-2020 almeno il 50 per cento dei nostri medici di famiglia cesserà l’attività con tutte le problematiche che ne possono derivare per garantire l’adeguata assistenza sul territorio». Ogni medico di famiglia assiste da 1.100 a un massimo di 1.500 cittadini. Le conseguenze della “fuga” potrebbero essere pesanti. «Non c’è margine per un ricambio adeguato, con il risultato che si rischia una perdita di qualità nell’assistenza e il fallimento di progetti come la medicina di gruppo o i poliambulatori mancando, a quel punto, fisicamente i medici», prosegue Scassola. Per completare l’iter di formazione ci vogliono nel migliore dei casi 14 anni. Sei per la laurea, altri per il tirocinio o le specializzazioni, infine i tre per il corso di formazione obbligatorio. Michele Valente, oltre a essere presidente dell’Ordine vicentino dei medici, è anche docente della Scuola regionale di formazione che ha sede a Verona, Vicenza, Padova e Treviso, e spiega: «In Veneto l’80 per cento dei medici di famiglia ha già più di 50 anni, il rischio di una crisi di settore è reale. Negli ultimi tempi, mancando borse di studio da parte della Regione a causa anche della crisi economica, più di 40 medici all’anno non escono. Cosa succede, quindi? Che stiamo importando medici di famiglia dall’est Europa, dai Paesi entrati per ultimi nell’Unione Europea, faccio l’esempio della Bulgaria. Ma la cosa più preoccupante, è che ogni anno una decina almeno dei giovani che formiamo finiscono all’estero, soprattutto in Germania, Olanda, Belgio e Svezia. Allettati da contratti pari al doppio del guadagno mensile che avrebbero qui e con tasse molto più basse. Restano magari qualche anno, ma intanto li perdiamo». E poi c’è il fenomeno dei “medici viaggiatori”. «Partono al venerdì e tornano magari al lunedì, andando a esercitare nelle zone rurali dell’Inghilterra», aggiunge Valente. «Soluzioni? Poche, come il progetto che prevede un incremento di competenze da parte degli infermieri sotto il coordinamento di un medico di famiglia. Questo per far fronte al numero esiguo, che potremmo avere in futuro, dei nostri medici di famiglia. Altrimenti non resta che ipotizzare una sorta di sanatoria da parte dello Stato, che preveda il passaggio a questa specializzazione da parte di altri medici, anche senza aver fatto i tre anni di scuola di formazione, tuttora però obbligatori. Il timore è l’abbassamento della qualità del servizio».

La Nuova Venezia – 17 novembre 2012

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