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Verona. Rabbia per i Pfas: «Controlli al via con folle ritardo». Sindaci ed ambientalisti criticano la decisione presa dalla Regione di far partire le verifiche dopo così tanto tempo

Luca Fiorin. La decisione presa dalla Regione di mettere sotto controllo sanitario tutti i 72mila abitanti dei 13 Comuni veronesi i cui acquedotti vengono alimentati con l’acqua della falda contaminata dai Pfas ha suscitato più rabbia che soddisfazione nella Bassa. «Finalmente», è la frase che più ricorre fra coloro che, o perché amministratori o perché attivisti, si occupano di questa vicenda, un «finalmente» velato di sarcasmo, anche se non mancano i distinguo. Difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti visto che per mesi era stato vanamente chiesto da questo territorio che i controlli relativi all’esposizione delle persone alle sostanze perfluoro-alchiliche venissero svolte anche qui, oltre che nel Vicentino.

Quando il tavolo tecnico regionale sui Pfas ha deciso di effettuare analisi a tappeto su 109.029 cittadini, di cui giusto i due terzi, gli altri sono del Vicentino e del Padovano, sono residenti nei Comuni di Arcole, Albaredo, Bonavigo, Bevilacqua, Boschi Sant’Anna, Cologna, Legnago, Minerbe, Pressana, Roveredo, Terrazzo, Veronella e Zimella.

L’IRA DEI POLITICI. Il sindaco di Pressana Stefano Marzotto sottolinea che «già due anni fa doveva essere attivato anche nel Veronese il biomonitoraggio effettuato nel Vicentino» ed afferma che «ora la priorità è quella di alimentare gli acquedotti con acqua pulita», mentre quello di Roveredo, e presidente della Provincia, Antonio Pastorello dice che «si è arrivati a decidere di svolgere controlli anche nel Veronese solo perché i vicentini sono stati colpiti in prima persona».

«Evidentemente», continua, «ora sono stati costretti ad adottare queste misure, però bisogna ricordare che è da decenni vengono scaricate schifezze nei territori posti a valle della provincia berica».

«Purtroppo questa indagine non riguardai il contenuto dei Pfas nel sangue bensì è basata su esami generici», afferma invece Donatella Ramorino, assessore alla Salute del Comune Legnago. «Così», aggiunge, «nessuno saprà se ha sostanze perfluoro-alchiliche nel proprio sangue e se è il caso di fare qualcosa per eliminarle; è un’impostazione che personalmente non condivido».

GLI AMBIENTALISTI. «Dopo tante battaglie è stato riconosciuto che questo è un problema serio, anche se rimangono dei dubbi sul fatto che ora viene adottata una tecnica inversa rispetto a quella applicata nel Vicentino con il biomonitoraggio», dice invece Piergiorgio Boscagin, portavoce del comitato Acqua libera dai Pfas. «Pur ribadendo che le spese dovrebbero essere a carico di chi ha inquinato, noi chiediamo che venga istituita una commissione indipendente che guardi come verranno spesi i soldi delle verifiche sanitarie, che a quanto pare saranno davvero tanti (100 milioni di euro l’anno per un decennio, ndr)».

PFAS ED ELEZIONI. Ieri, intanto, il circolo di Cologna di Legambiente ha inviato una serie di domande ai candidati sindaci della città del mandorlato, avvisandoli che le risposte verranno rese note.

L’Arena – 29 maggio 2016 

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