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Via da Parma manager e ricerca, Parmalat ammaina la bandiera. Ora l’incognita più grande è la sostituzione dei fornitori italiani di materie prime

Se c’è una dimostrazione vivente che Parmalat e Collecchio sono legate tra loro a doppio filo, questa è Paolo Bianchi. Che è sindaco della città e anche dipendente del gruppo da ben 35 anni. Erano tutti nel suo ufficio, lunedì: il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, l’assessore regionale alle Attività produttive, Palma Costi, i rappresentanti sindacali Flai, Fai e Uila, le Rsu. Da Roma è arrivato anche l’onorevole Andrea Orlando del Pd, l’ex ministro della Giustizia. Tutti riuniti per chiedere al Governo di aprire un tavolo sul piano di ristrutturazione annunciato dalla francese Lactalis, proprietaria di Parmalat, che prevede che la testa pensante dell’azienda si trasferisca in Francia.
Via le funzioni manageriali, via gli uffici amministrativi corporate, via persino lo storico centro di ricerca di Collecchio dove sono nati grandi successi come Zymil (il latte senza lattosio), il latte agli Omega 3, o lo yogurt Kyr ai fermenti. Da solo, il laboratorio creativo impiega almeno una quarantina di persone. Quello firmato a gennaio nel quartier generale di Lactalis è l’ultimo atto di una storia travagliata, cominciata quindici anni fa con il crack ti Calisto Tanzi. La produzione rimarrà anche in Italia, ma il cervello della Parmalat non abiterà più qui. Non una chiusura reale, per fortuna. Ma di certo una chiusura simbolica.
«Guardi, è dal 19 dicembre del 2003 che per me la questione simbolica è un capitolo chiuso. È da allora che non faccio altro che pensare solo ai lavoratori», contesta il sindaco Bianchi. Sposato, quattro figli, un passato di delegato sindacale proprio ai tempi del crack di Tanzi. Oggi alla Parmalat fa il responsabile della tesoreria: una figura amministrativa, di quelle che con la ristrutturazione rischiano di più. «Non la mia funzione direttamemente: chi rischia sono i dipendenti della funzione corporate».
Quanti sono? «Un centinaio di persone» spiega Diego Savi, della Rsu dello stabilimento di Collecchio dove lavorano mille persone, più o meno la metà di tutti i dipendenti Parmalat in Italia. Le rappresentanze sindacali aspettano ancora di ricevere informazioni più chiare dai vertici della Lactalis, l’incontro con l’amministratore delegato è fissato per questo venerdì. Solo allora si convocherà l’assemblea dei lavoratori e, se necessario, si aprirà lo stato di agitazione. «Per quello che ci è dato di capire finora – prosegue Davi – la centralizzazione delle attività italiane di Lactalis, che comprendono sia Parmalat sia i marchi di Lactalis Italia, potrebbe creare delle sovrapposizioni nelle funzioni amministrative, ma non nella produzione». I nove stabilimenti Parmalat fanno latte, succhi e yogurt, mentre Lactalis Italia, che vuol dire soprattutto Galbani, fa salumi e formaggi: difficile pensare che le linee produttive subiranno un processo di razionalizzazione. Ma l’unione delle due realtà vale circa 5mila dipendenti: ecco perché le istituzioni locali e nazionali non possono non occuparsi della faccenda.
La Regione Emilia Romagna, dopo aver animato il tavolo di lunedì a Collecchio, preferisce non esporsi fino a quando il Governo non dirà la sua. I vertici Lactalis non vogliono parlare. E dei quattro parlamentari della maggioranza eletti nel Parmense, nessuno si è ancora fatto vivo. A preoccuparsi più di tutti oggi sono i sindacati. «Dobbiamo tutelare i lavoratori del gruppo – sostiene Mauro Macchiesi, segretario nazionale della Flai Cgil – ma non dobbiamo nemmeno dimenticarci di tutto l’indotto sul territorio». Oltre 130mila persone, i cui affari ruotano attorno agli stabilimenti della Parmalat: se non ci sarà più un management locale, chi li terrà in considerazione per gli accordi di fornitura e di filiera? Sempre di più tutto verrà gestito centralmente dal quartier generale di Lactalis a Laval, 300 chilometri a Ovest di Parigi, con l’unico obiettivo di ridurre il più possibile i costi.
Eppure, per quanto ci si giri attorno, questo percorso di ristrutturazione sembra inevitabile: «Dovevamo pensarci nel 2011, quando si decise di vendere ai francesi, che prima o poi questo momento sarebbe arrivato – racconta Davi -. Lactalis ci aveva già provato tre anni fa, a mettere in piedi questa centralizzazione».
Il sindaco Bianchi, però, resta ottimista: «Negli ultimi anni i francesi a Collecchio hanno investito diverse decine di milioni di euro, dal nuovo magazzino alla centrale di cogenerazione. Lo so bene io, che lo vedo dai piani regolatori. Per questo non dobbiamo fare troppo allarmismo: non siamo davanti a una crisi aziendale, qui non si parla né di chiusura degli stabilimenti né di disinvestimento. Si parla di ristrutturazione. Ora dobbiamo pensare solo ai lavoratori».

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