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Via inglese e sigle difficili. La semplificazione degli ospedali

Da Firenze a Napoli, così cambiano i cartelli nei reparti. E «Day surgery» diventa chirurgia giornaliera

ROMA – La Uoc di cardiologia è al primo piano, accanto all’Uos di diabetologia, davanti al day hospital di medicina. Si trova sullo stesso piano dell’Uosd di chirurgia laparoscopica. Frastornato da inglese e acronomimi che la cartellonistica non sviluppa nella forma completa, il cittadino si disorienta e impiega più tempo del necessario per raggiungere la meta. Il letto dove dovrà ricoverarsi o l’ambulatorio per il controllo.

La Toscana sta per rivoluzionare la segnaletica. Dopo diverse proteste, specie da parte di persone anziane, l’assessore alla Salute Luigi Marroni ha deciso di cambiare la toponomastica: «Togliamo i termini incomprensibili dagli ospedali, bisogna assolutamente semplificare», ha annunciato al Festival della Salute, appena terminato a Viareggio. Rivisitazione delle parole straniere e abolizione delle sigle in certi casi impronunciabili sono i punti di partenza. Insiste Marroni: «La riforma della sanità cui stiamo lavorando pone al centro dell’attenzione il malato. Dunque abbiamo il dovere di rivolgerci a lui evitando anche per posta un linguaggio burocratico, per addetti ai lavori. Non dovremmo più inviare lettere zeppe di abbreviazioni».

L’Uoc è l’unità operativa complessa, il reparto diretto da dirigenti medici che fino alla riforma del 1999 si chiamavano primari. L’Uos è l’unità operativa semplice, dove c’è un viceprimario (il cosiddetto primarietto). Per Uosd si intende unità operativa semplice dipartimentale. Il dizionario degli acronimi sanitari è ricco di tranelli. Smia, Tsmree, Uompia, Smria che indicano i servizi per l’infanzia e l’adolescenza denominati in modo diverso da, nell’ordine, Toscana, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Più conosciuta l’Utic, l’unita terapia intensiva coronarica.

Poi c’è l’inglese: day hospital, day surgery, day service, unit stroke, triage, emergency room, rooming in sono gli esempi più comuni. E’ vero, certe parole sono difficilmente traducibili in italiano. Il day surgery, il reparto dove il paziente operato ad esempio di cataratta, viene dimesso la sera stessa, dovrebbe essere ribattezzato chirurgia giornaliera. «Però almeno sugli acronimi occorrerebbe intervenire – è d’accordo Massimo Cozza, Cgil medici Funzione pubblica -. E’ ora di uniformare la terminologia a livello nazionale. La gente non ci capisce nulla. L’unica parola che tutti conoscono è ticket. Oltretutto sbagliata. Si dovrebbe chiamare tassa per non ingannare. La traduzione letterale è biglietto».

L’esigenza di semplificare al massimo è avvertita in modo particolare negli ospedali pediatrici. Al Santobono Pausilipon di Napoli sta per partire un progetto di riorganizzazione architettonica. «Spazi più razionali e cartellonistica semplice», informa Annamaria Minicucci, il direttore generale. Operazione chiarezza che, questo l’obiettivo, dovrebbe essere portata avanti in blocco dai nosocomi pediatrici (Gaslini Genova, Bambino Gesù, Padova, Salesi di Ancona, Burlo Garofalo di Trieste, Regina Margherita di Torino, Meyer di Firenze). Al centro nord sono più avanti. Un fenomeno più volte denunciato dall’associazione Cittadinanzattiva. Antonio Gaudioso, il nuovo segretario nazionale, cita alcuni dati di un’indagine su 465 ospedali di due anni fa. La mancanza di informazione e la difficoltà di orientamento sono problemi diffusi. Il 70% degli ascensori non dispongono di indicazioni sui reparti presenti ad ogni piano. Quasi il 50% non danno lumi su nomi e qualifica dei medici e del coordinatore infermieristico. Opuscoli informativi? Assenti nel 60% dei casi.

Margherita De Bac – Corriere della Sera – 2 ottobre 2012

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