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Via libera al Def. Il debito vola al 132,8%. Crescita ferma a +0,1%. Il deficit verso quota 2,4%.Flat tax, solo parole. Il governo: «Nessuna manovra correttiva, né nuove tasse»

La crescita quasi piatta unita all’ampliamento del perimetro della Pa gonfia il debito tendenziale dal 132,2% del 2018 al 132,8% del Pil, frenato al 132,6% nel programma di governo grazie a un decimale di crescita in più e a un taglio alle disponibilità liquide del Tesoro. Il tutto in un piano che continua a puntare su 18 miliardi di privatizzazioni, senza le quali bisognerà aggiungere al passivo un altro 1% di Pil. Pil che a legislazione vigente si ferma al +0,1%, e nel quadro programmatico punta a un comunque modesto +0,2% contando sulla spinta di sblocca-cantieri e decreto crescita. Cifre prudenti, quelle del Def approvato ieri in consiglio dei ministri, difese con successo dal ministro dell’Economia Tria per evitare rischi nella validazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio e nel confronto con l’Europa. Il testo del Def in bozza.
Proprio questi argomenti hanno vinto sulle ambizioni di Lega e M5S che premevano per obiettivi di crescita più alti. Con la stagnazione anche il lavoro fatica: la disoccupazione è prevista per quest’anno sostanzialmente stabile, al 10,5%, e cresce contabilmente all’11% per l’«effetto attivazione» prodotto dal reddito di cittadinanza, che dovrebbe aumentare le persone in cerca di occupazione.

Di questo, delle clausole Iva e di Flat Tax si è discusso nelle quattro ore di vertice fra il premier Conte, Tria e i due vicepremier Salvini e Di Maio che hanno preceduto il consiglio dei ministri. Il Documento certifica un quadro drasticamente cambiato rispetto agli obiettivi fissati solo tre mesi fa. Chiuso il cantiere del Def, il governo evita la conferenza stampa. Di Maio e Salvini si chiudono nello studio di Conte mentre Tria torna a Via XX Settembre. E Palazzo Chigi si limita a rivendicare la «conferma dei programmi di governo: nessuna nuova tassa e nessuna manovra correttiva», spiegando che è confermato anche «il rispetto degli obiettivi fissati dalla Commissione europea». Un rispetto “sostanziale” reso possibile dal fatto che la gelata dell’economia aumenta la «componente ciclica» del deficit. In sintesi, il disavanzo vola al 2,4%, cioè allo stesso livello che a ottobre aveva acceso la battaglia con Bruxelles. Ed evita di superarlo anche grazie all’intervento dei due miliardi (0,1% del Pil) congelati dalla manovra. Ma il disavanzo strutturale, cioè il dato al netto di una tantum e congiuntura su cui puntano le regole Ue, crescerebbe dello 0,1% rispetto all’anno scorso, ricalcolato al -1,5% alla luce degli ultimi dati su crescita, deficit e debito.

Le ricadute contabili delle regole Ue che si ammorbidiscono per i Paesi che non crescono aiutano nell’ottica del governo a scongiurare un nuovo rischio di procedura d’infrazione. Anche se sul tavolo resta il macigno di un debito in ulteriore crescita, dopo che nel 2018 la regola Ue che chiede di ridurlo «non è stata osservata in nessuna delle sue configurazioni».

Ancora una volta, l’inversione di rotta è rimandata ai prossimi anni, fino al 128,9% del 2022. A spingere in questa direzione sarebbe un’ambiziosa crescita degli investimenti, dall’1,9% del Pil nel 2018 (minimo storico) al 2,5% del 2022. Ma il percorso resta complicato. In base ai nuovi programmi, nel 2020 il peso del debito sul Pil dovrebbe scendere al 131,3% grazie anche ad altri sei miliardi di privatizzazioni (0,3% del Pil) e soprattutto a 23,1 miliardi di aumenti Iva (1,25% del Pil) che restano inclusi nei conti. Anche se, dopo lunghe discussioni pomeridiane a Palazzo Chigi, Lega e Cinque Stelle sono riusciti a spuntare l’inserimento nel Def dell’impegno a bloccare gli aumenti trovando coperture alternative. Sfida non facile, anche perché tra gli impegni programmatici la Lega pretende e ottiene il rilancio dell’obiettivo della Dual Tax; con un’attenzione particolare al «ceto medio», chiesta da Di Maio. E «nel rispetto dei saldi di finanza pubblica», come preteso da Tria. Dalla Funzione pubblica la ministra della Pa Giulia Bongiorno conferma che il turn over resterà al 100%, smentendo le ipotesi di riduzione circolate nel pomeriggio.

Ma la strada verso la manovra appare tutta in salita. Perché per evitare aumenti Iva, avviare la Flat Tax e rispettare gli impegni con Bruxelles servirebbero almeno 40 miliardi.

Il Sole 24 Ore

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