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Docenti o studenti: ma per chi è la scuola? Se si investe per gli insegnanti e non sulla qualità dell’istruzione

Che si torni a investire sulla scuola è senz’altro un bene. Proprio il tema dell’educational, non a caso, è stato tra i più citati al Forum Ambrosetti sulle priorità del rilancio economico in Europa. Il problema è come si investe. Se si investe per gli insegnanti o si investe davvero per la qualità dell’istruzione e per gli studenti. In questo senso il decreto del governo rischia di essere l’ennesima occasione persa.

Un’occasione persa su un punto in particolare. Quello del collegamento tra scuola e lavoro. È un tema prioritario per un Paese che registra un record di disoccupazione giovanile al 39 per cento. La ministra Carrozza ha strappato lunghi applausi, a Cernobbio, quando ha detto che è intollerabile che in Italia un giovane arrivi a 25 anni senza aver avuto esperienze di lavoro. Peccato, però, che nel decreto la questione venga quasi del tutto ignorata. La preoccupazione per il lavoro sembra essere riferita più agli insegnanti che devono entrare in ruolo, che alla necessità di dare agli studenti chance di trovare un’occupazione.

Il piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di personale non tiene conto né del merito né della qualità dell’insegnamento. Il sostegno per gli studenti disagiati, poi, è una buona cosa, ma 26mila insegnanti in un colpo solo sono tanti. E troppo spesso in Italia questo canale è stato utilizzato con l’obiettivo, neppure troppo mascherato, di assorbire precari e disoccupati che non trovano collocazione attraverso altri canali. È esattamente quello che è accaduto tra il ’97 e il 2000, quando la sforbiciata di un 1% di insegnanti fatta con Prodi, fu poi vanificata dall’assunzione di 36mila insegnanti di sostegno.

Sulla preparazione al lavoro degli studenti, invece, ci si limita a un piccolo passo sull’orientamento. Manca del tutto l’auspicato rafforzamento degli istituti tecnici. E, soprattutto, degli istituti tecnici superiori post-diploma, che oggi possono essere canali di formazione molto specializzata, a diretto contatto con la domanda delle imprese di manodopera ad alto valore aggiunto. L’auspicato potenziamento dei laboratori resta fuori. Come resta fuori la possibilità di assumere veri tecnici specializzati di laboratorio, questi sì davvero necessari in una scuola che vuole essere moderna, a contatto con il mondo del lavoro in continua e rapida trasformazione.

Niente da fare per un vero collegamento tra esperienze di studio e lavoro, come avviene in ogni parte d’Europa. Mentre si aspettano i decreti attuativi della legge Giovannini su stage e tirocini, l’Italia resta l’isola “infelice” dello studio senza lavoro. Il grafico che pubblichiamo in pagina 2 è una fotografia impietosa: in Germania 22 studenti su 100 hanno esperienze di lavoro, in Italia solo 3,7. A Berlino lavori e studi insieme, da noi prima studi e poi non lavori.

Se poi è stata sventata in extremis una stretta sugli istituti paritari, che avrebbe avuto il sapore di uno statalismo di ritorno, il settore privato viene comunque escluso dagli interventi, in una sottintesa logica di ridimensionamento del suo ruolo. L’internazionalizzazione della formazione dei nostri studenti – obiettivo, questo sì, prioritario per una scuola che vuole essere davvero utile e moderna – viene di fatto ignorata. E fuori resta anche la questione, altrettanto cruciale, della valutazione della qualità e del merito di istituti e insegnanti. Uno scoglio, reso insidioso dalle polemiche mai sopite sui test Invalsi, che Carrozza finora ha preferito ignorare.

Forse è ingeneroso chiedere a un provvedimento preparato in tempi brevi di risolvere gli annosi problema della scuola italiana. Ma anche questa volta, come era avvenuto con l’Imu sul fronte del Pdl, l’esigenza dei partiti (e in questo caso è il Pd il protagonista) di rassicurare la propria base elettorale sembra prevalere sulle priorità vere. La ministra Carrozza, per formazione ed esperienza maturata al Sant’Anna di Pisa, ha cultura del merito e apertura al mondo. Quando parla di cosa serve alla scuola e all’università italiane non sbaglia un colpo. Possiamo perciò sperare che questo sia stato solo un primo tempo. Venti di crisi politica permettendo.

Il Sole 24 Ore – 10 settembre 2013 

Via subito il bonus maturità e austerity per i libri di testo a scuola l’ultima rivoluzione

Centomila assunzioni in tre anni. I fondi dalle tasse sugli alcolici. L’inversione di tendenza (sulla scuola più che sull’università) è chiara. Nelle ultime cinque stagioni le sono stati tolti oltre otto miliardi, ieri all’ora di pranzo le sono stati restituiti i primi 400 milioni. «Se riparte la scuola riparte il paese», dice il premier Enrico Letta.

«Sono commossa e orgogliosa per essere il ministro che ha riportato l’istruzione al centro dell’agenda politica», dice invece Maria Chiara Carrozza. Per coprire l’investimento sul futuro ci si affiderà a un aumento delle accise sugli alcolici, «e vorrei ricordare che siamo l’unico ministero che non ha subito tagli per coprire la cancellazione dell’Imu».

“L’istruzione riparte” è il decreto legge che la Carrozza presenta con quattro ministri a fianco e contiene tutti i capitoli anticipati nell’ultima intervista con

Repubblica. Più una sorpresa, che scaturisce dai novanta minuti di discussione a Palazzo Chigi: il bonus maturità, che avrebbe dovuto offrire fino a dieci punti ai ben diplomati per la valutazione finale del test nelle facoltà a numero chiuso, viene abrogato. Via subito, anche per il 2013. Pensato lo scorso marzo da Francesco Profumo per dare un premio ai migliori maturati, era stato rimodulato a giugno dalla Carrozza e, di fronte alla messe di esposti annunciati, ieri a test in corso si è deciso di cancellarlo. Mai entrato in vigore, ecco. I cento punti si conquisteranno tutti con le risposte multiple. La scelta dell’abrogazione contiene, però, elementi d’azzardo: il rischio ricorsi, ora, cresce minacciando di travolgere l’istituto del numero chiuso ormai maggioritario negli atenei italiani.

Il corpo del decreto legge sulla scuola sta nel piano delle assunzioni di categoria. Anche qui la Carrozza ha siglato una cesura con le scelte del predecessore, come lei ex rettore d’università. Profumo voleva iniettare nella scuola insegnanti più giovani (e anche più motivati), mettendo al centro gli studenti. La ministra pisana ha accolto invece gran parte delle istanze sindacali. Congelati nuovi concorsi o concorsoni pubblici, ha scelto di reclutare gli insegnanti tra chi a scuola già lavora: i precari. Sì, il decreto prevede la stabilizzazione in tre anni per 69mila docenti precari. Quindi, l’assunzione a tempo indeterminato per 26mila insegnanti di sostegno (ai disabili). È stato sbloccato anche il reclutamento di bidelli e ammini-strativi: 16mila nel triennio. Un piano da 110mila assunzioni nella pubblica amministrazione che guarda alla Francia di Hollande e fa inorridire Brunetta. I presidi, ancora, saranno selezionati con un corso-concorso della Scuola nazionale dell’amministrazione, altra virata.

Ieri è nato un abbozzo di welfare studentesco: un po’ di soldi ai trasporti e alla mensa per i più disagiati e un piano per calmierare il prezzo dei libri su cui dovranno vigilare i presidi. Le scuole superiori dovranno organizzare stage e tirocini formativi in aziende ed enti pubblici già dal quarto anno. Il permesso di soggiorno per gli studenti stranieri sarà lungo quanto il loro corso di studi. Quindici milioni sono statiinvestiti nella lotta alla dispersione scolastica mentre si è trovato il coraggio di attaccare l’accesso alle scuole di specializzazione di Medicina, padre delle peggiori baronie accademiche. A partire dal 2013-2014 l’importo dei contratti dei medici specializzandi sarà a cadenza triennale, non più annuale, mentre l’ammissione alle scuole avverrà sulla base di una graduatoria nazionale. Tutto potere tolto a prof e primari.

Sono rimasti fuori dal decreto i 3.500 docenti inidonei e quelli di “Quota 96” che non riescono ad andare in pensione. Come segnala l’Unione degli studenti, riportare a 100 milioni il fondo delle borse di studio vuol dire stare sotto di trecento rispetto alle necessità. Ma sulla scuola, è indubbio, si è invertita la rotta

Repubblica – 10 settembre 2013 

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