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Vigilanza appalti tutta a Cantone. Salta lo spacchettamento dell’Autorità con il ministero delle Infrastrutture

Le norme sulle gare. Scompare la disposizione che prevedeva procedure semplificate di verifica dei requisiti delle imprese partecipanti alla gara. A dodici giorni dall’approvazione del Consiglio dei ministri, cambia ancora il decreto legge su riforma appalti e Pa. Ieri è stato messo un punto fermo, con la «bollinatura» della Ragioneria generale e l’invio, in serata, del testo al Quirinale per la firma.

Se non ci saranno rilievi dal Colle, il decreto dovrebbe andare oggi in Gazzetta ufficiale, mentre l’altro provvedimento urgente varato dal Governo il 13 giugno – quello su competitività e semplificazioni – potrebbe arrivare stamattina al Quirinale.

Nel capitolo appalti, non poche le novità dell’ultimo testo. Anzitutto il braccio di ferro sull’attribuzione dei poteri attualmente affidati all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici: si torna al testo originario, la spunta alla fine Raffaele Cantone che ottiene il trasferimento immediato di tutte le competenze e del personale dell’Avcp all’Autorità nazionale anti-corruzione (Anac). Non ci sarà commissariamento, quindi, ma abolizione immediata dell’Avcp e trasferimento all’Anac, mentre resta il piano che Cantone dovrà portare all’approvazione del Governo entro dicembre 2014 per riorganizzare uffici e funzioni della vigilanza. Salta così anche la norma che disponeva preventivamente il trasferimento di alcune delle attuali funzioni dell’Avcp, quelle «consultive» e di «precontenzioso», al ministero delle Infrastrutture. Niente spacchettamento, dunque, le competenze restano integre, salvo diverse proposte dello stesso Cantone.

Salta anche un’altra norma voluta dal ministero delle Infrastrutture, quella che puntava alla semplificazione delle verifiche dei requisiti delle imprese partecipanti alla gara prima dell’apertura delle buste. Il decreto legge consentiva alle amministrazioni di svolgere la verifica solo dopo l’apertura delle buste e solo sull’impresa vincente. All’obiezione che questo avrebbe potuto consentire la partecipazione alla gara, per condizionarne gli esiti, anche a imprese non qualificate, il ministero delle Infrastrutture aveva aggiunto una norma con cui aumentava le sanzioni per chi avesse presentato offerta senza avere i requisiti per partecipare.

Si conferma che la norma sui commissariamenti delle aziende avrà effetti limitati «alla completa esecuzione del contratto d’appalto oggetto del procedimento penale», come aveva annunciato Matteo Renzi. Il presidente dell’Anac potrà proporre al prefetto, in caso di reati gravi contro la Pa o «in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili a un’impresa aggiudicataria di un appalto», di rinnovare gli organi sociali «mediante la sostituzione del soggetto coinvolto» o di «provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa appaltatrice».

Confermate le norme che puntano ad accelerare le sentenze dei Tar e a scoraggiare le liti temerarie con sanzioni elevate fino all’1% del valore contrattuale. Confermata la norma che impone di comunicare all’Anac le varianti in corso d’opera. Entra nel decreto la norma sul modulo standard per Scia relative a lavori edilizi e attività produttive.

«La Pa sia il primo anticorpo al malaffare»

Cantone: «Possiamo puntare a un livello di corruzione entro limiti fisiologici, come accade negli altri Paesi occidentali»

«Bisogna operare all’interno della pubblica amministrazione, che deve essere il primo baluardo contro la corruzione, il primo anticorpo al malaffare»: parole di Raffaele Cantone, il magistrato campano, oggi presidente dell’Autorità anticorruzione, intervenuto ieri a Napoli al convegno «Anticorruzione e trasparenza, i pilastri di governo della pubblica amministrazione». L’incontro era promosso dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, in collaborazione con l’Ordine dei dottori commercialisti e con l’Università telematica Pegaso.

«L’Autorità anticorruzione – ha aggiunto – si occuperà del controllo dei contratti pubblici ed avrà per la prima volta poteri sanzionatori». Per Cantone, si deve provare ad innescare meccanismi virtuosi: «Occorre – ha detto – un sistema integrato che unisca vigilanza, prevenzione, trasparenza e sanzione. Non bisogna fermarsi, dunque, agli arresti ma muoversi prima».

Posizione condivisa dall’avvocato Fabio Foglia Manzillo, professore aggregato di Diritto penale presso l’Università telematica Pegaso e promotore del forum anticorruzione: «Il ruolo dell’Autorità nazionale anticorruzione – ha evidenziato – può essere anche organizzare un sistema di controlli preventivi, settore in cui si è fatto poco. Oggi per la prima volta tocca ad un’Authority condurre sulla retta via la pubblica amministrazione».

«L’altro pilastro su cui agire – per il presidente dell’Autorità – è la trasparenza: quanto più è ampia, tanto più escono dall’ombra i fenomeni di malaffare, più è facile contrastare la corruzione». A quale obiettivo puntare? «Inutile immaginare di poter agire come con una bacchetta magica – ha aggiunto Cantone – ma possiamo puntare a un livello di corruzione entro limiti fisiologici, come accade negli altri Paesi occidentali». È illusorio, per il magistrato, pensare di farcela in uno, due o sei. «Serve una lotta costante nel tempo, che continui soprattutto quando si spengono i riflettori dei media».

Ma c’è un settore da non tralasciare. Per il magistrato anticorruzione è quello delle società partecipate. «Si discute ancora – ha detto – se debbano essere assoggettate o meno alla legge 190. Io penso che sottrarle significa violare la funzione della legge 190. Sarebbe troppo facile costituire società partecipate e affidare a queste un gran numero di appalti. Sfuggendo ai controlli». Il settore in cui, secondo Francesco Fimmanò, ordinario di Diritto commerciale e oggi curatore fallimentare di Bagnolifutura, «è annidato il debito pubblico ».

L’Autorità nazionale anticorruzione – come ha precisato Cantone – non è affatto «un organismo di ausilio all’autorità giudiziaria che deve scoprire i fatti di corruzione. Essa ha il compito di garantire il rispetto delle norme della legge 190 e dei decreti successivi». E bisogna indurre le «pubbliche amministrazioni ad adottare il piano anticorruzione, che prevede un responsabile». «Ma è accaduto – ha detto – che alcune amministrazioni locali si sono limitate a copiare il piano nazionale». Poi ha avvertito: «Bisogna stare attenti soprattutto ai casi in cui la legalità formale viene utilizzata come schermo per consentire le ipotesi di corruzione». E – ha precisato Vincenzo Piscitelli, procuratore aggiunto a Napoli – «accendere i fari sulla grande impresa privata».

Infine, ha chiarito il giudice Cantone: «Bisogna mandare a casa chi si è macchiato di corruzione. In Italia, invece, anche dopo sentenze passate in giudicato, non ci sono stati provvedimenti disciplinari e le stesse persone sono presto ritornate al proprio posto».

Il Sole 24 Ore – 24 giugno 2014 

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