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Vittoria di Greenpeace, nuove regole per la pesca. I grandi gruppi si piegano a un accordo che impone limitazioni nell’Atlantico, colpito dal riscaldamento globale

Salviamo il merluzzo, a costo di pescare e mangiare meno pesce in futuro. Ecco l’accordo storico appena concluso da Greenpeace, la più famosa ong ecologista mondiale, con i big della pesca nell’Atlantico del nord e nel mare artico. Hanno accettato di sottoscrivere una moratoria della pesca al merluzzo atlantico nel Matre di Barents e in alcune altre zone protette dei mari settentrionali, estese in tutto più del doppio della Francia.

E siccome col cambiamento del clima altrove si pesca meno, mentre lassù il ritiro della banchisa apre nuove possibilità d’espansione alla pesca, l’intesa equivale di fatto a una riduzione futura della pesca di merluzzo atlantico e altre specie. Anche e soprattutto con limiti nuovi, severi, nella micidiale pesca a strascico. Quella effettuata con enormi reti guidate dalle navi, che raschiano tutto sul fondo.

«Riconosciamo che i cambiamenti climatici, e il ritiro-record della banchisa nelle zone che l’accordo riguarda, finora definite zone protette dalle Nazioni Unite, creano inquietudini, in primo luogo per la pesca e il futuro del patrimonio ittico atlantico e mondiale attorno all’arcipelago norvegese delle Svalbard», affermano i grandi nell’accordo. Parliamo di Fiskebat, l’enorme confindustria della pesca norvegese, dei russi di Karat, e anche dei big della distribuzione mondiale: da McDonald a Tesco, da Sainsbury a Marks and Spencers.

«E’un accordo storico, mai prima d’ora avevamo convinto i grandi operatori globali della pesca atlantica a raggiungere un’intesa del genere», afferma Frida Bengtsson, responsabile di Greenpeace per la difesa della fauna ittica. «E’ la prima volta che l’industria del settore ittico volontariamente impone limitazioni alla pesca industriale nell’Artico e nell’Atlantico del Nord». Quel tratto di mare è più facilmente raggiungibile col ritiro della banchisa. Almeno il 70 per cento del merluzzo consumato in tutto il mondo provenga dai bottini dei pescherecci oceanici attivi nel Mare di Barents. Solo attorno alle Svalbard, quel paradiso naturale noto come “le Galapagos dell’Artico”, 189 grandi navi ha finora licenza di pesca, e ‘prelieva’ 800mila tonnellate di merluzzi ogni anno dal fondo.

Adesso c’è speranza di non aggiungere persino il merluzzo alla lunga lista di specie animali a rischio estinzione per colpa del genere umano.

Repubblica – 30 maggio 2016 

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