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Zaia blocca i project di Galan: ma c’è il rischio del risarcimento danni. Dopo la sentenza del Tar Molise, in Veneto imprese pronte alla guerra legale

di Renzo Mazzaro, dal Mattino di Padova. Dalla Regione Molise arriva una mina capace di terremotare i project del Veneto. Una sentenza del Tar che da ragione ad un gruppo di imprese impegnate in un progetto di finanza per una megaopera pubblica, l’autostrada molisana. I promotori veneti sono pronti a scatenare una serie di cause contro la giunta Zaia. Il ricorso milionario di Finanza & Progetti sul nuovo ospedale di Padova può essere solo l’inizio. Nel frattempo il primo round è andato alla Regione, ma resta sempre in piedi la richiesta di 153 milioni di euro come risarcimento danni.

E’ il lascito della stagione Galan. Si materializzano le peggiori previsioni per il presidente Zaia, che pure con il caschetto giallo da cantiere manovrava disinvolto il bulldozer la mattina del 10 novembre 2011, dando il primo colpo di ruspa al project della Pedemontana veneta. Alle inaugurazioni Luca si muove sempre con disinvoltura, anche se per i project non ha mai avuto simpatie. Meno che meno può averne oggi, costretto a tamponare le falle proprio di quel project pur di far andare avanti i cantieri. Era arrivato a palazzo Balbi giurando che li avrebbe rovesciati come un calzin. Tempo sei mesi e ha dovuto ricredersi: le grandi opere regionali affidate ai privati sono blindate. Hanno contratti capestro e penali feroci, accettate e sottoscritte dai predecessori di Zaia, beninteso, non da politici in trasferta dalla Svizzera.

Con il risultato che se oggi metti un dito nell’ingranaggio te lo tagliano. Per cinque anni Zaia ci ha girato attorno, cercando sponde nel governo, nella magistratura, nella Guardia di finanza. Anche perché, diciamoci la verità, puntava a sbolognare la patata a qualcun altro. Per via che facciamo tutto noi. Queste esitazioni hanno anche una spiegazione oggettiva: qui si rischia il danno erariale che, se dimostrato, va a carico diretto dell’amministratore pubblico. A prendere il toro per le corna sbagliando manovra, ci si può trovare pignorato il conto in banca.

Non è una prospettiva che incoraggia. Soltanto nel 2015, appena rieletto, Luca Zaia scopre una via d’uscita. Al grido di «è ora di fare il tagliando ai progetti onerosi e non più necessari», il presidente fa approvare dal consiglio una legge di revisione dei project (n. 15 del 6 agosto 2015). Se ci tocca ballare, balliamo tutti assieme, è la filosofìa. Almeno il rischio è distribuito. Ma le opposizioni non lo seguono: se il rischio è tuo, cosa c’entriamo noi? Al momento del voto escono dall’aula e lasciano la patata alla maggioranza. C’è il sospetto che la soluzione sia combinata con i privati.

Il M5S parla di legge truffa, perché il testo originario prevedeva l’assunzione di mutui fino a 150 milioni di euro per disincagliare i project che non saranno revocati (cifra scomparsa nel testo approvato). Il Pd ribalta la frittata: i consiglieri non possono venire reclutati come soldatini per fare da paravento a 10 anni di errori. Se il loro compito è la programmazione, tocca a loro verificare quali project della stagione Galan non sono di pubblico interesse. Poi la giunta userà l’elenco per farsi forte con i privati. Zaia tira dritto e nomina una commissione tecnica che esegua concretamente l’operazione (delibera 1149 del 1° settembre 2015), inserita nel comitato scientifico già funzionante nella segreteria generale di palazzo Balbi, integrato da due esperti estemi, l’avvocato Diego Signor di Treviso e la docente lecturer della Bocconi Veronica Vecchi (onorario 14.000 euro ciascuno più Iva). Alla commissione vengono dati 8 mesi di tempo per consegnare il rapporto. Il termine è scaduto in primavera, nessuno in consiglio regionale sa come sia andata. Un’interrogazione di Andrea Zanoni (Pd) a risposta immediata giace inevasa da 5 mesi. A noi risulta che la commissione abbia preso in considerazione solo due dei 7 project che hanno la dichiarazione di pubblica utilità: la Nogara-Mare e il collegamento autostradale Meolo-Jesolo. In questo stagno immobile piomba adesso il macigno catapultato dal Molise. La sentenza del Tar è stata depositata il 3 ottobre su ricorso di un gruppo di imprese che si è visto revocata la dichiarazione di pubblica utilità: il tribunale ha riconosciuto il diritto all’indennizzo e ha nominato un commissario ad acta per garantirlo. E’ la prima causa che va a sentenza in Italia, fanno sapere gli interessati. E’ vero che siamo al Tar ed è ancora possibile il ricorso al Consiglio di Stato. E’ vero anche che i particolari del caso Molise non sono gli stessi dei project veneti. Resta il fatto che si materializza il danno erariale tanto temuto da Luca Zaia, con diverse gradazioni a seconda del comportamento dell’ente. Viene “stangato” anche il silenzio, il tirare in lungo le procedure: tenere per anni il proponente senza risposta, configura responsabilità della mano pubblica. In concreto: se l’amministrazione revoca un project dopo aver fatto la gara, paga il 10% del valore dell’opera. Qui sono dolori. Se lo revoca prima della gara, dipende da come lo fa. Può aver chiesto al proponente integrazioni al progetto, studi, aggiornamenti, confronti e poi non fare la gara: in questo caso incorre in responsabilità precontrattuale e paga il danno relativo. Nel quale – attenzione – non deve essere compreso il costo della proposta, perché questo è un rischio che appartiene al promotore. Ma l’amministrazione può anche revocare il pubblico interesse senza aver chiesto nulla al promotore: in questo caso nulla gli è dovuto. I giudici di Campobasso hanno emesso un verdetto che può diventare un terremoto per la Regione

Il Mattino di Padova – 23 ottobre 2016 

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