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Zaia: «No a una macroregione sotto la guida della Lombardia»

Il governatore stronca Formigoni: «La fusione sarebbe inutile». Per il leghista meglio puntare sull’autonomia. L’indipendenza? «Solo un pungolo per Roma»

Il verdetto è arrivato e, com’era ovvio, è negativo: non si può indire alcun referendum per l’indipendenza del Veneto, pensare di ricreare la Serenissima, a detta dell’ufficio legislativo del consiglio regionale, è almeno per il momento un esercizio buono per la fantasia, e nulla più. Ma anche il solo fatto che il governatore Luca Zaia abbia deciso di chiederlo, il parere, e di non gettare nel cestino la proposta dei venetisti, s’è rivelata occasione utile per riaccendere l’eterno dibattito sull’anelito autonomista di questa regione, magari partendo dall’ipotesi estremista della «piccola patria » per arrivare a quelle più moderate (ma forse altrettanto irrealizzabili) dell’autonomia speciale e della macro Regione del Nord (o del Nordest) declinate dal Pdl e dal presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat. Zaia è tornato sul punto, dimostrandosi combattuto tra il cuore del militante leghista, che firmerebbe domani per l’indipendenza, ed il cervello dell’amministratore pubblico, che sa bene che l’autonomia cercata nell’alveo della Costituzione rimane la più praticabile tra le strade da percorrere.

Nel mezzo, una certezza: «La macro Regione, così come l’hanno tratteggiata gli alleati del Pdl ossia come una semplice fusione ex articolo 132 tra le Regioni del Nord, magari a trazione lombarda, non ha alcuna speranza di vedere la luce e non servirebbe ad un bel nulla – taglia corto Zaia, costretto a muoversi su un terreno scivoloso perché cos’altro mai sarebbe questa macro Regione del Nord, se non quella Padania invocata dall’articolo 1 dello statuto della Lega? Anche per questo, nonostante lo scetticismo, sabato sarà a Brescia per incontrare il lombardo Roberto Formigoni ed il piemontese Roberto Cota -. Sì, forse si ridurrebbe il numero dei consiglieri, degli assessori, dei consiglieri, ci sarebbe qualche ufficio in meno, si creerebbero delle economie di scala ma non si realizzerebbe quella vera autonomia di cui abbiamo bisogno a queste latitudini, non diventeremmo certo padroni a casa nostra. Senza contare che come veneti non possiamo accettare di finire schiacciati dai nostri vicini di là del Garda». Zaia, che com’è noto rivela un fiuto eccezionale nell’intercettare il sentiment popolare, registra un consenso crescente attorno ai progetti se non proprio indipendentisti, perlomeno autonomisti, anche in quegli ambienti borghesi tradizionalmente poco avvezzi alla calata in piazza sotto il leone di San Marco.

Così chiarisce: «Non sarebbe un’idea barbina indire un referendum sul tema, perché siamo stufi di pagare i conti di chi spreca e se non facciamo qualcosa corriamo il rischio che il popolo, stanco di attendere, ci superi, com’è accaduto con la rivoluzione francese, la caduta del Muro di Berlino, la primavera araba. Non vanno forse in quella direzione le spinte secessioniste lungo il nostro confine con Trento e Bolzano? ». E però non può non ammettere che, a Costituzione vigente, parlare d’indipendenza si risolve tutt’al più in «un pungolo al governo, perché capisca che la situazione è grave ». E siccome «è ora di finirla con gli annunci e gli slogan che illudono la gente e non portano a niente, e lo dico ben sapendo che potrei subire le critiche anche di qualche leghista », meglio dedicarsi all’amministrazione del possibile che, nel caso del Veneto, si traduce nel dare corpo al progetto varato dalla commissione Antonini. «Il dossier è pronto, aspettiamo il momento giusto per presentarlo, di poter ragionare a bocce fredde col governo – spiega il presidente -. Il modello scelto dalla commissione è quello del Friuli, con i sei-decimi delle tasse che restano lì, perché in base alle norme attuali è il massimo che si può ottenere. Io, però, dico che con tutto quel che abbiamo pagato al resto del Paese fino a questo momento, meriteremmo l’autonomia dell’Alto Adige: otto-decimi di tasse qui e stop alle competenze concorrenti con lo Stato». Come a dire: miriamo al sole, speriamo almeno di colpire l’aquila.

Corriere.it – 12 settembre 2012

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