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Zaia vale un partito: «Sono l’ad del Veneto». È il più votato d’Italia in questa tornata, la sua lista è il primo schieramento in Regione. «Io e Salvini? Ruoli differenti»

Si sa chi ha perso in Veneto. E sono tanti: dalla Moretti a Tosi, da Forza Italia agli indipendentisti. Ma la domanda, tutta interna alla Lega, è un’altra: chi ha trascinato il Carroccio in cima alla hit parade elettorale, padrone assoluto di una terra un tempo egemonizzata dalla Dc e poi da Forza Italia? Chi, tra il vulcanico tribuno Matteo Salvini, gran capo leghista, e il pragmatico doroteo Luca Zaia, riconfermato governatore a furore di popolo, ha fatto da locomotiva a un successo più largo di ogni previsione e che in prospettiva apre nuovi scenari anche all’interno del Carroccio?

La grande sconfitta, Alessandra Moretti, non ha dubbi: «Qui ha trainato Zaia, non ha vinto Salvini, siamo di fronte a un voto personale». Lui, il bis-governatore che viene da Conegliano, 47 anni, un passato da amministratore e da ministro, ieri si è presentato nel quartier generale a Villorba (Treviso) con il piglio del padrone di casa. Di chi ha tutti i numeri dalla sua parte: un milione di consensi, il più votato d’Italia, una lista personale assurta con il 23% a primo partito in Veneto (davanti a Lega e Pd), Forza Italia asfaltata e la variabile Tosi messa in condizione di non nuocere.

Troppo scafato per cadere nella trappola del tormentone Salvini-Zaia, alla quale comunque difficilmente la Lega sfuggirà, il governatore ha fatto capire che tra lui e il gran capo, al netto della simpatia e di un gioco di squadra che finora ha pagato, esistono differenze. «È normale — ha detto — che i nostri ruoli siano diversi. È come paragonare il prete all’amministratore. Il prete si occupa dell’anima, a me tocca amministrare…». E così sui rom: «Io rappresento chi vuole le ruspe e chi non le vuole: devo fare una sintesi». O sull’immigrazione: «Il fatto che il nostro modello d’integrazione funzioni non mi impedisce di dire che in Veneto non possiamo più ospitare altri immigrati». O sull’uscita dall’euro, cavallo di battaglia di Salvini: «Lui pone la questione in modo duro e crudo. Io dico che c’è un’eurozona che ci tira giù. La Grecia sta all’Europa come la Calabria all’Italia: se il Veneto emettesse obbligazioni, le comprerebbero tutti, ma il rating della Calabria ci frena».

Diversi, ma complementari. Finché regge. «Non ho aspettative di leadership nazionale, devo governare il Veneto» ha tagliato corto Zaia. Aprendo però due subordinate. La prima: «Non esiste Destra e Sinistra, la nuova politica è leadership e consenso». La seconda: «Io sono l’ad del Veneto e tratto con il governo: ho depositato in tribunale il mio programma di 200 pagine e non accetterò liberi pensatori». Una bacchettata a Renzi («Qui è stato trombato perché ha voluto dare un valore politico a questo tipo di elezioni»). E un ringraziamento obliquo ai vertici della Lega per avergli consentito di presentare la lista Zaia: «Ci hanno creduto. Sapevo che un 18-20% dei voti del Pd sarebbe venuto a me, non avevo bisogno di sondaggi». Così parlò Zaia. Di cui sentiremo ancora parlare .

Francesco Alberti – Il Corriere della Sera – 2 giugno 2015 

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