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Adesso Monti tranquillizza tutti: non servono altre manovre

È quando Mario Monti tranquillizza tutti e dice che, nonostante gli ultimi dati sulla recessione, l’Italia non sarà la Grecia, che non servirà una nuova manovra perché si terrà fede agli impegni presi dal «predecessore Silvio Berlusconi» e alla sua decisione di «portare il bilancio in pareggio entro il 2013, due anni prima degli altri».

È a quel punto che il socialdemocratico Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, dallo scanno più alto dell’emiciclo di Strasburgo, al nome Berlusconi, tradisce un’impercettibile smorfia di fastidio, un sorriso amaro che gli fa tornare in mente in un baleno quella mattinata del luglio 2003 quando il «cavaliere» lo apostrofò con l’appellativo di «kapò» regalandogli un’inattesa notorietà.

Questo per dire che ieri, al Parlamento europeo, si respirava, con Monti, un’aria totalmente diversa rispetto al passato: professione di fede europeista coronata da quindici applausi e una standing ovation finale, scontri verbali con gli euroscettici inglesi vittime di «una cultura insulare superficiale», bacchettate a Francia e Germania colpevoli di avere incrinato «la credibilità del Patto di stabilità» e qualche ripensamento per misure «forse eccessive» nei confronti della Grecia sia pure motivate dal «catalogo delle peggiori pratiche di governo» in Europa. Un premier, soprattutto, che incassa, nella sua prima uscita da premier a Strasburgo, «amicizia e rispetto» da Schulz e da gran parte dei gruppi dell’Europarlamento.

Ma il totale dominio sui temi europei non impedisce neppure a “Super Mario” qualche sgradevole inciampo. Come quando chiede al capogruppo Pdl Mario Mauro (che ricordava come Berlusconi si era detto, alla fine, favorevole alla tassazione sulle rendite finanziarie sia pure a certe condizioni) se quella posizione «era stata resa nota e quando?». Oppure quando irride all’alto «pensiero filosofico» del leghista Speroni che merita una risposta più analitica e dettagliata. O,infine, nella risposta stizzita all’inviato nelle istituzioni europee a Bruxelles Ivo Caizzi che in un articolo di due giorni prima lo aveva citato tra i casi di cooptazione eccellente all’interno di un Governo non scevro da nepotismi.

Piccole bucce di banana disseminate su un tappeto di allori che cambiano poco la sostanza della missione. Tutta tesa a rassicurare i partner sulla capacità del Governo italiano di rispettare gli impegni anche in presenza di dati congiunturali più negativi. Non ci sarà, infatti, bisogno di nuove manovre correttive, insiste Monti, perché il Governo italiano «ha utilizzato previsioni molto pessimistiche sui tassi di crescita» e sono stati ipotizzati anche tassi di rifinanziamento simili a quello del novembre scorso. Alla fine, secondo il premier, «il modo migliore per fare politica anticiclica in Italia è mantenere fermo il timone della rotta verso l’impegnativo pareggio di bilancio» perché questo sarà percepito dai mercati in modo positivo. E tutto questo senza contare il possibile gettito derivante dalla lotta all’evasione fiscale perché il Governo ha impostato la politica di bilancio non tenendo conto delle entrate derivanti dal contrastato all’evasione contrariamente a quanto è stato fatto dai Governi precedenti.

Ma non c’è il rischio che l’Italia faccia la fine della Grecia? Il rigore delle misure di austerità chieste oggi dall’Eurozona alla Grecia è «forse eccessivo», osserva Monti, ma compensa il «perfetto catalogo della peggiore politica» che Atene ha messo in campo in passato, e per molti anni: «corruzione, nepotismo, assenza di concorrenza, appalti pubblici irregolari, evasione fiscale e quant’altro». Il rigore “tedesco” che ora si vuole imporre alla Grecia può «essere ritenuto eccessivo, e probabilmente lo è», aggiunge Monti, ma «la cultura della stabilità tedesca ha avuto il merito di portare in tutti gli Stati membri un modo più serio di fare politica economica». E poi Roma ha «un vantaggio oggettivo» rispetto ad Atene. Le elezioni, infatti, «si terranno al termine naturale della legislatura tra un po’ più di un anno» mentre qualunque altro governo se si fosse trovato davanti alle misure simili a quelle prese da Italia e Grecia per risanare i conti pubblici, avrebbe avuto «una vita molto molto difficile».

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