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Aiuto, mi si è spuntato il bisturi! Attrezzature acquistate al ribasso. Così la qualità dei ferri pregiudica il lavoro dei chirurghi. Senza risparmi perché i dispositivi si rompono e se ne consumano di più

Il bisturi spuntato. Uno stenta a crederci. Pensa al titolo dell’ultimo film comico, tipo l’aereo più pazzo del mondo. E invece è drammaticamente vero. I chirurghi lanciano l’Sos, la lama è inutilizzabile. Lo strumento principe per definizione, il primo presidio di sala operatoria, non risponde più alle esigenze di chi opera. Praticamente non assolve la funzione per la quale era stato inventato.

L’Acoi, l’Associazione chirurghi ospedalieri italiani, esce allo scoperto. E denuncia la grave situazione in cui versano moltissime sale operatorie del paese. «Il nostro è il grido d’allarme – premette il presidente Diego Piazza che è anche primario chirurgo nell’azienda ospedaliera del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania – di chi si trova da qualche anno ormai con bisturi che tagliano poco e male».

Ma questa è solo l’ultima spia di un sistema che fa acqua. Una spia da non sottovalutare perché a rischiare saranno sempre più spesso i pazienti. Il trend attuale, conseguenza di una spietata spending review, predilige il prezzo basso alla buona qualità. E finché si parla di bisturi, il problema è limitato. Se non funziona, il chirurgo chiama il provvedidorato e se ne fa mandare un altro. Ma cosa può accadere se in un corpo si impianta una protesi di fettosa o scadente? E’ cronaca di dieci anni fa lo scandalo delle valvole cardiache brasiliane che costarono la vita a più di un paziente. «E tutto questoper risparmiare un po’ di soldi. Con conseguenze – aggiunge Piazza – che possono essere serie. Tra l’altro, abbiamo deciso di rendere pubblica l’inchiesta condotta dall’Acoi tra i suoi soci perché la tendenza a contenere i costi, acquistando materiale poco affidabile è in aumento. Il prezzo non può essere l’unico criterio di valutazione. Giocare al ribasso sui costi significa giocare al ribasso anche con la vita umana. E questo è intollerabile».

Senza dire che con bisturi poco efficenti, oltre al rischio di contaminazione della ferita va a farsi benedire pure il risultato estetico, visto che le cicatrici risentono della linearità del taglio chirurgico. «Tra l’altro scegliere uno strumento che costa meno è solo un apparente risparmio – sottolinea il presidente – perché per uno stesso intervento può essere necessario utilizzare più bisturi. E questo non si verificherebbe con una buona lama che, al contrario, potrebbe essere utilizzata più volte durante lo stesso intervento».

L’esternazione dell’Acoi sul materiale da sala operatoria è solo l’ultima in ordine di tempo che arriva dagli specialisti. Pochi mesi fa, a denunciare la scarsa qualità dei guanti sterili monouso era stato Francesco Corcione, il presidente della Società italiana di Chirurgia. Lui sollevò il problema confessando di essere costretto, anche a tutela dei pazienti, a indossare fino a tre paia di guanti. L’uno sull’altro. Solo per evitare di ritrovarsi col lattice lacerato, a operare a mani nude. I guanti prima, il bisturi oggi, e prima ancora le valvole. La deriva è dietro l’angolo. «Chi ci garantisce che non diano forfait anche altri presidi? – polemizza il medico – Per esempio l’agocannula che non entra con faciltà in un vaso. Finora si salva il materiale di sutura, fili in seta o fibra sintetica per ora sono sicuri». Ma c’è un modo per correggere la rotta. Lo spiegano senza mezzi termini i chirughi. Prima di tuttocoinvolgendoli in scelte tecniche che non possono essere ancora demandate a persone che prive di competenza specifica. «E chiediamo anche che al più presto venga scartato il materiale ancora conservato nei magazzini, ma che non è più utilizzabile », conclude. Per il vicepresidente Pierluigi Marini, primario chirurgo al San Camillo di Roma, «ci si deve intendere sul significato di sostenibilità della chirurgia oggi. La nostra branca si identifica nell’alta tecnologia che, a sua volta, si traduce nella qualità e nella sicurezza delle sale operatorie. E se il principio che ispira gli acquisti del materiale chirurgico rimane quello del risparmio e dei tagli lineari, oltretutto senza il controllo dei tecnici e delle società scientifiche accreditate, addio verrà».

Repubblica salute – 26 gennaio 2016 

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