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Albi e mercato. Casse di previdenza in cerca di nuovi equilibri. La sfida: conciliare il sostegno ai giovani con tutele adeguate per tutti gli assistiti

Una Cassa di previdenza deve agire nell’interesse dei propri iscritti con lungimiranza e attenzione. La Cassa di previdenza deve raccogliere i contributi dei propri iscritti, investirli e farli fruttare, per poterli restituire sotto forma di pensione. Un’attività che per essere svolta al meglio avrebbe bisogno della certezza delle regole. In Italia però questa “certezza” non sempre c’è.

Pensiamo alle novità più recenti. È notizia dell’ultima legge di Bilancio 2017 che anche i professionisti hanno diritto al cumulo gratuito degli anni di contribuzione versati in enti diversi. Prima del «cumulo gratuito», che può essere richiesto solo all’atto del pensionamento, era possibile sommare tra loro gli anni versati in diversi enti previdenziali o con la totalizzazione, gratuita ma possibile adottando il sistema di calcolo solo contributivo, e con il ricongiungimento oneroso. Ora questa novità apre un nuovo scenario che avrà un impatto sulle Casse ancora tutto da quantificare; questa norma, infatti, non solo potrebbe comportare extra esborsi, ma anche consentire a diversi soggetti di andare in pensione prima del previsto, modificando così i calcoli attuariali utilizzati dalle Casse per fare i bilanci di previsione a 30 e 50 anni e verificare la stabilità di lungo periodo.

Il decreto fiscale collegato alla legge di Bilancio 2017 ha inoltre introdotto la rottamazione dei ruoli delle cartelle di Equitalia, altra norma che di fatto può incidere sui bilanci delle Casse private che si sono rivolte a Equitalia per il recupero dei contributi dal 2000 al 2016. Va detto che sulla sua applicazione alle Casse ci sono pareri discordanti.

Un’altra “batosta economica” subita dalle Casse c’è stata con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie passata in poco meno di quattro anni dal 12,5% al 26%, in controtendenza con il resto d’Europa dove il risparmio previdenziale viene detassato.

Negli ultimi anni poi, con l’introduzione delle Casse nell’elenco Istat delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato dello Stato, le Casse di previdenza hanno visto ridursi la loro autonomia; per esempio si sono trovate soggette alle spending review, con il contestuale versamento alle casse dello Stato di quanto risparmiato, e al Codice degli appalti. Contro la spending è stata fatta una battaglia vinta di recente in tribunale proprio dalla Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti: la Corte costituzionale, con la sentenza 7/2017 non ha avuto nulla da eccepire sui risparmi condannando però il loro versamento allo Stato. L’essere poi soggette al Codice degli appalti impone alle Casse l’adozione di specifiche procedure di selezione dei fornitori a seconda delle diverse tipologie di acquisti che risulta eccessivo in termini di tempi per l’individuazione del fornitore stesso.

Tornando al “core business” delle Casse, e quindi alla raccolta dei contributi e al versamento delle pensioni, la Cassa dottori commercialisti, per garantirsi una stabilità finanziaria di lungo periodo nel 2004 – in tempi non sospetti – è stata tra le prime a optare per il sistema di calcolo contributivo. Il prezzo da pagare però è stato alto, soprattutto per i futuri assegni pensionistici. E per questo la Cassa ha cercato dei modi per incrementare il montante individuale degli iscritti senza aumentare i contributi obbligatori.

Una strategia che ha visto diversi interventi:

nel 2013 è stata approvata la delibera che permette di riversare parte del contributi integrativo al montante individuale;

nel 2016 la Cassa ha ottenuto il nullaosta ministeriale per riconoscere ai montanti (nel 2015) un extra rendimento del 2,81 per cento;

dal 2016 la Cassa dottori commercialisti potrà riversare sui montanti un rendimento pari alla media del rendimento del patrimonio degli ultimi cinque anni. Ci si è quindi smarcati dal limite massimo dato dalla media quinquennale del Pil.

La leva degli investimenti, quindi, è determinante per le pensioni future, ma lo è anche per i professionisti attivi; la Cassa dottori commercialisti in questi anni ha aumentato i propri investimenti nell’economia del Paese, attenta sia ai rendimenti sia ai ritorni anche in termini di ricadute professionali.

E l’attenzione agli iscritti non si limita a questo, ma si estende alla politica di welfare che da quest’anno vede l’applicazione del Regolamento unico – approvato a settembre dai ministeri vigilanti – che introduce nuovi istituti, come l’assegno al professionista costretto a sospendere l’attività per oltre un trimestre in caso di infortunio (e non solo per malattia come accadeva fino a ora) o l’aiuto economico per gli orfani finalizzato allo studio e senza obblighi di risultato.

Federica Micardi – Il Sole 24 Ore – 18 aprile 2017

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