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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Allarme per i maiali italiani. In un anno 615 mila in meno. Dilaga il finto made in Italy, prosciutti dop addio
    Notizie ed Approfondimenti

    Allarme per i maiali italiani. In un anno 615 mila in meno. Dilaga il finto made in Italy, prosciutti dop addio

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche10 Novembre 2013Nessun commento4 Minuti di lettura
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    I salumi sono una delle eccellenze del Made in Italy alimentare. Ma come si fa a produrli senza i maiali? La Coldiretti lancia l’allarme: «Solo nell’ultimo anno sono scomparsi in Italia 615 mila maiali. Le loro carni sono state sostituite da quelle importate.

    Così si producono falsi salumi italiani di bassa qualità, con il rischio di estinzione di prodotti nazionali prelibati, dal culatello di Zibello alla coppa piacentina, e dal prosciutto di San Daniele a quello di Parma, la cui produzione è calata del 10 per cento dall’inizio della crisi nel 2008».

    Per il momento il settore dei salumi in Italia dà lavoro a 105 mila persone considerando tutta la filiera, tra allevamento, trasformazione, trasporto e distribuzione; ma ora quei 105 mila posti sono in pericolo.

    La chiusura forzata degli allevamenti è stata causata dall’impossibilità di coprire i costi di produzione per i bassi prezzi dalle importazioni di carne di bassa qualità. In Italia ormai due prosciutti su tre vengono fatti con maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna senza che questo venga evidenziato in etichetta. «È un inganno per i consumatori – denuncia la Coldiretti – e un danno per gli allevatori italiani, impegnati a rispettare rigidi disciplinari di produzione per realizzare carne di altissima qualità che da mesi non viene neanche più quotata. Infatti i macellatori disertano l’apposita commissione prevista alla Borsa del maiale di Mantova, dove andrebbe fissato ogni giovedì il prezzo di riferimento nazionale. Il blocco favorisce le speculazioni e mette a rischio il futuro del maiale italiano, che ha caratteristiche e alimentazione nettamente migliore rispetto ai prodotti che invadono il mercato dall’estero». Conclude Coldiretti: «Senza un prezzo di riferimento, le aziende non sanno come muoversi e gli allevatori rischiano di rimanere incastrati nel gioco al ribasso del mediatori, che sottopagano il prodotto e spingono alla chiusura degli allevamenti».

    I salumi sono una delle eccellenze del Made in Italy alimentare. Ma come si fa a produrli senza i maiali? La Coldiretti lancia l’allarme: «Solo nell’ultimo anno sono scomparsi in Italia 615 mila maiali. Le loro carni sono state sostituite da quelle importate. Così si producono falsi salumi italiani di bassa qualità, con il rischio di estinzione di prodotti nazionali prelibati, dal culatello di Zibello alla coppa piacentina, e dal prosciutto di San Daniele a quello di Parma, la cui produzione è calata del 10 per cento dall’inizio della crisi nel 2008».

    Per il momento il settore dei salumi in Italia dà lavoro a 105 mila persone considerando tutta la filiera, tra allevamento, trasformazione, trasporto e distribuzione; ma ora quei 105 mila posti sono in pericolo.

    La chiusura forzata degli allevamenti è stata causata dall’impossibilità di coprire i costi di produzione per i bassi prezzi dalle importazioni di carne di bassa qualità. In Italia ormai due prosciutti su tre vengono fatti con maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna senza che questo venga evidenziato in etichetta. «È un inganno per i consumatori – denuncia la Coldiretti – e un danno per gli allevatori italiani, impegnati a rispettare rigidi disciplinari di produzione per realizzare carne di altissima qualità che da mesi non viene neanche più quotata. Infatti i macellatori disertano l’apposita commissione prevista alla Borsa del maiale di Mantova, dove andrebbe fissato ogni giovedì il prezzo di riferimento nazionale. Il blocco favorisce le speculazioni e mette a rischio il futuro del maiale italiano, che ha caratteristiche e alimentazione nettamente migliore rispetto ai prodotti che invadono il mercato dall’estero». Conclude Coldiretti: «Senza un prezzo di riferimento, le aziende non sanno come muoversi e gli allevatori rischiano di rimanere incastrati nel gioco al ribasso del mediatori, che sottopagano il prodotto e spingono alla chiusura degli allevamenti».

    La Stampa – 10 novembre 2013 

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