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Allevatori del Colognese: «Uniti per contare di più». È l’area più importante d’Europa per questo settore. Cresciuti 58mila capi all’anno. Unicarve lancia l’allarme

Luca Fiorin Gli allevatori dell’area di produzione di bovini da carni più importante del Veronese, e forse d’Europa, quella del Colognese, alzano la voce. Lo fanno per mezzo del presidente del sodalizio che rappresenta il maggior numero di essi, l’associazione dei produttori del Triveneto Unicarve, ma trovano sulla stessa lunghezza d’onda anche chi si occupa di coordinare l’attività di allevamento e venderne i prodotti, ad esempio la cooperativa Uni.Zoo di Cologna.

«Quando siamo fortunati riusciamo a coprire le spese di allevamento con la vendita degli animali, avendo come utili solo i contributi derivanti dalla Ðàñ, che sono diversi caso per caso e partono da una base di 68 euro per animale», afferma il presidente di Unicarve, Andrea Scarabello, il quale sta indicendo numerosi incontri, al fine di promuovere una maggiore unione fra i produttori. «Solo la possibilità di rappresentare un elevato numero di allevatori ci può dare la possibilità di spuntare contratti più favorevoli», spiega. Eppure è un mondo dai numeri importanti quello della zootecnia del Colognese. Secondo i dati registrati dal servizio veterinario dell’Ulss 20, fra Cologna Veneta, Pressana, Zimella, Veronella, Roveredo di Guà ed Albaredo d’Adige, ci sono ben 305 allevamenti di bovini da carne, con una capacità di stabulazione complessiva di 38.700 capi. Un dato che significa che qui vengono cresciuti ogni anno più di 58.000 animali. Un numero che non ha eguali in Europa, se messo in rapporto con l’area di produzione, che si estende su un totale di appena 140 chilometri quadrati, e che vale da solo quasi il 10% della produzione regionale. Il Comune con maggiore presenza è Cologna, con 103 allevamenti e 9.449 posti stalla, seguito da Albaredo, 87 allevamenti con ben 9.940 posti, e Zimella, 42 allevamenti e 8.467 posti. Pressana ha invece 30 allevamenti con 3.951 posti, Veronella ha 26 allevamenti con 5.320 posti e Roveredo 17 con 1.572. Dal punto di vista economico, considerato che ogni animale, quando arriva al macello, viene pagato mediamente 1.900 euro, il giro d’affari complessivo degli allevamenti ammonta a 110.200.000 euro. Quanto agli addetti, poi, va considerato che il 90% delle aziende è a conduzione familiare, per cui il loro numero conta circa 400 persone. A questo, però, va aggiunto un consistente indotto, fatto di trasportatori, aziende mangimistiche e medicinali e veterinari. «Le spese», continua Scarabello, «sono fatte per due terzi dall’acquisto dei vitelli e per il resto da alimenti, cure ed ammortamenti» . Per il consumatore finale, invece, ogni bovino costa almeno 2.700 euro, visto che ci sono spese di trasporto che ammontano mediamen te a 30 euro ad animale, che il macello incide per un ulteriore 10% ed alla vendita al dettaglio va un altro 30%. «Quello di cui più ha bisogno la zootecnia del Colognese è far conoscere il proprio lavoro, che garantisce una produzione particolarmente apprezzata nel Centro-Sud e che da noi è venduta dalle macellerie, che puntano sulla qualità, più che nei supermercati, che cercano di abbattere i prezzi», afferma Federico Scalzotto di Uni.Zoo. «Qui c’è una produzione di altissimo livello che deve essere va lorizzata e nel contempo le aziende dovrebbero puntare di più su tecnologie innovative, come la produzione di biogas ottenibile sfruttando le deiezioni». «E solo puntando sulla qualità, oggetto anche di misure della Regione, che possiamo far capire quanto sia migliore la nostra carne rispetto a quella che viene importata nel nostro Paese», conclude il presidente di Unicarve.

L’Arena – 28 novembre 2016 

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