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Altopiano. E venne a giudizio l’orso Gené. Inscenato (con giudici e avvocati veri) il processo: innocente. «Lo assolviamo, è una bestia e ha il diritto di spostarsi»

Che il giudice avesse un debole per l’imputato s’è capito quando ha cominciato a chiamarlo Genny, fin dall’inizio, non Gené come adorano chiamarlo i simpatizzanti e neanche M4, la sigla dietro la quale stanno irriconoscibili gli uni dagli altri coloro che lo vorrebbero morto e i molti che all’imparzialità ci tengono e devono farne mostra. Ieri sera, a Canove di Roana, l’imparzialità era d’obbligo.

Ecco quindi la sede dell’aula del consiglio comunale addobbata a tribunale con tutti paramenti del caso – dura lex sed lex – dove anche il rito vuole la sua scenografia, ed ecco allora la toga nera del giudice Nelson Salvarani (foto piccola), la barba bianca, quella nera del pm, l’avvocato Marco Antonio Dal Ben, implacabile nel chiedere la cattura del reo ma anche lui in fondo intenerito e ben disposto, ecco infine nel suo angolo il pubblico ministero, una vaga somiglianza con Ingroia che lo rendeva ancora più temibile, e il pubblico intimorito e silenzioso, sostanzialmente innocentista, ma attraversato da fremiti colpevolisti quando l’accusa ha letto i capi di imputazione.

Genè ha rischiato le aggravanti per crudeltà, futili motivi e chissà che altro. L’avvocato della difesa Marco Paggi, rilassato, prima ha guardato il giudice, poi si è rivolto al pubblico, un cliente facile il suo, e il legale non ha dovuto faticare più di tanto nel dimostrare che l’assistito è una bestia, e che bestia, un animale protetto dalla legge italiana ed europea, con diritto di cittadinanza, libero di spostarsi dove vuole e di procurarsi il cibo come meglio crede, con licenza di uccidere vacche, capre e asini se necessario.

L’avvocato Paggi, bonario e sul suo – una vaga e contraddittoria rassomiglianza con Scarpinato lo rendeva ancora più convincente – ha sostanzialmente rovesciato la colpe, togliendole all’orso per caricarle sulla coscienza e sulla responsabilità delle istituzioni, di tutti noi insomma, noi colpevoli di non aver impedito all’imputato di fare ciò che la natura gli dice, sbranare le vacche dove non ci sono recinzioni, mangiarsi gli asini se non ci sono dissuasori elettrificati, pasteggiare con i vitelli se non ci sono cani addestrati alla difesa degli armenti.

E sì che qualcuno aveva tremato di sdegno nell’apprendere dalle parole di un testimone, il malgaro Luca Tura – a proposito malgaro o malghese? Il tribunale si è diviso sul come chiamarli più che sull’innocenza dell’orso – terribile nel descrivere la scena del delitto, uno dei tanti: «L’orso aveva cominciato a mangiare la vacca dalle mammelle, quando sono arrivato la bestia era ancora viva, si lamentava e abbiamo dovuto aspettare il veterinario per abbatterla». Ventisei bovini sbranati, due asini e una capra, più un paio di mucche ferite gravi, per non dire delle altre che non fanno più latte, e che insomma ci sono anche i danni psicologici e quelli economici che non rimborsano quali lo smaltimento delle carcasse e la devastazione delle recinzioni.

Beninteso, qui non si trattava di decidere se scagionare Genè o condannarlo a morte, pena che sarebbe stata sicuramente comminata nel medioevo quando le bestie erano giudicate al pari degli uomini, ma di decidere se l’orso M4 è da dichiararsi pericoloso (e quindi catturabile e ricollocabile) o semplicemente dannoso e quindi tollerabile e degno di libertà. Chiarissimo il giudice Salvarani: «La convivenza di noi umani con l’orso è auspicabile oltre che necessaria, la pretesa di allontanarlo contraddice la normativa europea che prevede la sua diffusione. I malgari (o malghesi) si attivino per proteggere le loro bestie, costruiscano recinzioni, addestrino cani alla bisogna e all’occorrenza si facciano risarcire, ma non si dia la colpa all’orso».

Non è andata sempre così nel secoli scorsi. A Parigi, nel 1266, una scrofa venne messa al rogo per aver mangiato un bambino, a Falaise nel 1386 un’altra venne impiccata per lo stesso motivo, e nel 1750 a Vanvres un uomo venne condannato a morte per sodomia mentre l’asina che l’aveva subita venne assolta ma solo perché il parroco produsse in suo favore un certificato di buona condotta. Accolta la tesi del perito della difesa Carlo Frapporti: «Un orso problematico non è un orso dannoso», gradita la capziosità con cui ha commentato l’esecuzione accidentale dell’orsa Daniza mediante sonnifero dell’estate scorsa in Trentino: «Dicono che aveva aggredito un cercatore di funghi, ma quel cercatore di funghi aveva una macchina fotografica». L’orso Genè alla fine è stato chiamato a difendersi da sé medesimo. Alla sbarra, preceduto da una signora vestita da orsa che gattonava tra il pubblico, Giancarlo Ferron, scrittore e naturalista, ha ben interpretato il plantigrado: «Predato io? E che cosa vuol dire? (applausi del pubblico) Per fame? Eh sì, per che altro? Mi è già difficile stare qui tra voi, il vostro odore mi dà fastidio». Si dichiara colpevole o innocente, gli hanno hanno chiesto. «Per voi se sono colpevole di qualcosa è di essere vivo, io seguo il cammino dei miei avi che erano qui prima di voi, io che ero considerato un dio e un re prima che voi eleggeste i vostri dei e i vostri re». Assolto.

Il Corriere del Veneto – 22 febbraio 2015 

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