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Amianto all’Ilva, manager condannati. “Hanno fatto morire 15 operai”. Pene per 27 direttori dell’azienda dagli anni 70 a oggi

Non c’è un soltanto un assassino. In quella che per la giustizia italiana ormai è una strage, la strage di Taranto, ad ammazzare non sono soltanto i fumi (diossine e benzoapirene, 30 morti e 18 ammalati ogni anno dal 1998 al 2010, per i periti del giudice) ma anche l’amianto. Non è soltanto l’Ilva dei Riva ma anche l’Italsider dello Stato. Lo ha scritto ieri il giudice di Taranto, Simone Orazio, condannando 27 persone a pene che vanno dai quattro ai nove anni per omicidio colposo plurimo e disastro.

I condannati sono gli uomini che sono stati ai vertici dell’acciaieria dal ‘75 al ‘95, alcuni dei quali ricoprono ancora oggi incarichi di primo piano nella siderurgia italiana.

L’accusa è impietosa: sapevano che la fabbrica fosse piena di amianto e non hanno fatto nulla per tutelare i loro operai. Quindici le morti per le quali i manager sono stati condannati, ma la procura indaga per un’altra trentina di casi. Tra i condannati c’è anche Fabio Riva, da più di un anno a Londra in attesa dell’estradizione chiesta della Procura di Taranto che ne ha ordinato l’arresto nell’ambito dell’altra inchiesta, quella sul disastro ambientale, il cui processo comincerà il 15 giugno prossimo.

«Non è una sentenza storica — ha detto il procuratore di Taranto, Franco Sebastio — ma un passo importante». «Oggi un giudice — dice invece Rosario Rappa, responsabile Fiom-Cgil per la siderurgia — ha di fatto interdetto dall’esercizio dell’industria i massimi responsabili della siderurgia italiana». Il riferimento è all’ex dg di Finmeccanica Giorgio Zappa (otto anni e sei mesi) e a quel Pietro Nardi, il cui nome nei giorni scorsi era circolato per la successione di Bondi, condannato per la morte di dieci operai.

Questa sentenza rende sicuramente ancora più traballante la poltrona di Bondi, che presto dovrà vedersela con una cordata di imprenditori che stanno lavorando per prendere il controllo dell’Ilva. Ne farebbero parte, sotto la regia di Intesa Sanpaolo, tutti i principali gruppi italiani del settore, dalla Duferco ad Arvedi, da Marcegaglia a Feralpi: tutti preoccupati che venga meno l’apporto dell’impianto di Taranto che da solo potrebbe garantire un quarto della produzione nazionale. Una cordata che replicherebbe lo schema del salvataggio Alitalia, con i franco- indiani di ArcelorMittal al posto di Air France: sarebbero interessati a entrare nel progetto per evitare che qualche altro colosso asiatico possa mettere piede in Europa e in questo modo gli sbarrerebbero la strada.

Le prime schermaglie con Bondi sono già iniziate. Ieri a Milano si è incontrato con Claudio Riva per un confronto sul piano industriale («molto complicato » dice l’imprenditore) da 4 miliardi. Uno dei registi dell’operazione che porterebbe a rilevare l’Ilva è il presidente di Duferco Antonio Gozzi. Il quale va ripetendo da tempo il suo allarme: «L’Ilva rischia di fallire e non ce lo possiamo permettere». Il presidente di Duferco ha ribadito la sua strategia anche la settimana scorsa, durante l’assemblea di Federacciai di cui è presidente: Bondi deve farsi da parte («va bene per produrre yogurt, ma di acciaio non sa proprio nulla»), bisogna nominare un commissario che traghetti l’Ilva nelle mani di uno, o più, imprenditori.

Repubblica – 24 maggio 2014 

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