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Art.18. Tensioni tra Monti e partiti: Professore pensa alla fiducia

Il premier non intende fare passi indietro sulla riforma. Il premier pronto alla fiducia sull’art.18, «poi si vedrà». Ma si cerca una mediazione. Ieri il nuovo scontro con i leader politici: «Il governo ha consenso, loro no»

Il primo gancio l’avevano assorbito, anche se dopo la citazione andreottiana i leader della «strana maggioranza» si erano interrogati sulle reali intenzioni di Monti. E durante il vertice per le riforme, l’altro ieri, erano nate due scuole di pensiero.
C’era chi sosteneva che il premier avesse voluto mandare un avvertimento ai partiti, che avesse voluto cioè solo spronarli per farli riallineare alla linea del governo. E c’era invece chi riteneva che il Professore – con l’approssimarsi della fase economica più difficile per gli italiani – avesse iniziato a scaricare le tensioni sulle forze politiche. Tutti comunque immaginavano che Monti non sarebbe andato oltre, nessuno pensava all’uno-due. Perciò l’uppercut di ieri li ha colti di sorpresa.

Ma c’è un motivo se l’Abc della politica ha reagito in modo diverso all’affondo del premier contro i partiti, se l’ex ministro Brunetta – incontrando Alfano – l’ha consigliato a tenere il Pdl fuori dal ring della polemica: «Tanto Monti non ce l’ha con noi ma con il Pd». È il provvedimento sul mercato del lavoro al centro dello scontro, e il Professore – che si è sentito politicamente e istituzionalmente «abbandonato» – non intende cedere né fare passi indietro rispetto all’impianto della riforma.
E poco importa se le tensioni provocate hanno incrinato anche i rapporti con il Colle. Il premier ne fa una questione di principio e una di merito. Intanto non accetta di esser stato chiamato a far «l’aggiustatore» per poi essere scaricato alla bisogna. L’idea poi di venir additato come una sorta di dittatore al soldo dei mercati e di mancare di rispetto alle prerogative del Parlamento, lo rende meno sobrio anche nel linguaggio. È pronto infatti alla mediazione sull’articolo 18, nel senso che è pronto a discutere una diversa formulazione della norma, ed è disposto – come è successo già per altri provvedimenti – ad accettare una «soluzione alternativa che sia confacente». Se così non fosse, però, presenterebbe il testo redatto dal governo, lo sigillerebbe con il voto di fiducia, e a quel punto «ognuno ne trarrebbe le conseguenze».

Il progetto è chiaro, e per Monti anche obbligato. Il fatto è che il suo percorso entra in rotta di collisione con il Pd, dove il profilo del Professore inizia ad assomigliare a quello del Cavaliere, e non perché il premier cita i sondaggi per tenersi a debita distanza dal giudizio che i cittadini hanno nei riguardi dei partiti. Bersani non intende cedere perché altrimenti vedrebbe minacciati gli «interessi della ditta». Ed è in quel nome che non desiste, anzi rilancia: nelle parole del presidente del Consiglio scorge una «minaccia», «così si aprono dei varchi pericolosi all’anti-politica».

Di pensierini andreottiani ne fanno anche al quartier generale dei Democrat, dove c’è chi immagina addirittura una manovra internazionale tesa a impedire che il Pd possa andare a palazzo Chigi. Non è dato sapere se il segretario condivida questa analisi, è certo che Bersani non accetta di fare il cireneo e di venire anche flagellato: «Ci è stato detto che l’emergenza economica imponeva di non disturbare più di tanto il manovratore. Ma poi la gente ferma me per strada…».

Ed è questo il punto. Dopo quattro mesi di governo, i provvedimenti lacrime e sangue varati da Monti iniziano ad impattare sul Paese: in questi giorni l’addizionale regionale Irpef sta alleggerendo le buste paga dei lavoratori; prima dell’estate l’Imu appesantirà le dichiarazioni dei redditi dei possessori di case; in autunno il secondo aumento dell’Iva farà galoppare ancor di più i prezzi… Il rischio per i partiti è che si realizzi la profezia di Bossi, quel «finché la gente non s’incazza» che è vissuto come un incubo da chi oggi sostiene l’esecutivo tecnico. Il rischio aggiuntivo per Bersani è che «l’opinione pubblica possa iniziare a pensare come si stava bene prima», cioè con Berlusconi…

Così nella «strana maggioranza» è iniziata una manovra degna di un equilibrista: stare con il Professore e tenersene però a distanza, appoggiare il governo senza tuttavia assecondarlo. Il gioco si è disvelato al crocevia della riforma sul mercato del lavoro ed è così che gli equilibri sono saltati. Persino Casini – che si era sempre schierato dalla parte del premier «senza se e senza ma» – nei giorni dello scontro tra palazzo Chigi e i sindacati si è defilato, prima dicendo che «ad una nuova legge noi preferiamo un buon accordo», poi avvisando che «il Parlamento non sarà un passacarte». E ieri, dopo le parole pronunciate da Monti in Estremo Oriente, ha criticato il linguaggio del Professore, definendolo un «errore di comunicazione».

Non si era mai visto in effetti un capo di governo che attacca così la propria maggioranza, per quanto «strana». Il fallo di reazione è stato commesso da chi si è reso conto di non avere più nemmeno la totale copertura del Colle. Il problema è che anche Napolitano ora ha pochi margini di manovra, dato che il Quirinale si è trasformato a sua volta in un parafulmini. Nel braccio di ferro tra il premier e il Pd, viene lambita infatti anche la figura del capo dello Stato, che ieri aveva invitato a rinviare il giudizio sulla riforma del mercato del lavoro «quando sarà presentato il testo». Bersani invece il giudizio l’ha dato, eccome, ravvisando «elementi di incostituzionalità» nel provvedimento. Il leader democratico ha ripreso la tesi sostenuta in Consiglio dei ministri dal titolare della Salute, Balduzzi, e definita dal Pdl «un’interpretazione sovietica del diritto».

Si attende il rientro di Monti per cercare un compromesso tra le ragioni dei tecnici e quelle dei politici. Nel frattempo ieri lo spread è risalito a quota 327.

della Sera – 29 marzo 2012

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