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Assunti con le dimissioni firmate. Così ti ricatto i lavoratori

Prima arriva la promessa e poi l’inganno. Prima il contratto a tempo indeterminato e, pochi minuti dopo, la lettera di licenziamento.

Si può essere “dimissionati” per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l’età, i rapporti con il sindacato. Una prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori. Non riguarda solo la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche al personale impiegatizio di piccole e medie aziende

Accade nei cantieri, nei negozi, nei centri commerciali, nelle botteghe artigiane, nelle imprese. Tra le ricamatrici di abiti da sposa di Barletta come tra gli operai delle officine metalmeccaniche di Terni. Nelle aziende in crisi ma anche in quelle sane. Dove ci sono 10 dipendenti, ma anche 50. Al Sud e al Nord. Si chiamano “dimissioni in bianco” e sono una delle piaghe più sommerse e invisibili del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15% dei contratti a tempo indeterminato, un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne.

Ricorda Fabrizio B., meccanico specializzato di 34 anni, oggi a contratto in una grande acciaieria umbra: “Con un’unica penna ho firmato la mia assunzione e le mie dimissioni, la speranza e la condanna, sapevo che era un ricatto, sapevo che era illegale, ma avevo due figlie piccole, un mutuo, e il bisogno, disperato, di uno stipendio. Era il 2003: cinque anni dopo, quando mi sono opposto a turni di lavoro disumani, il mio principale dopo mesi di mobbing ha tirato fuori la lettera e ci ha messo la data. Sono stato cacciato, ma in realtà risultavo “dimesso”. E dunque senza possibilità di oppormi, di avere né disoccupazione né altro… Ho impiegato anni per riprendermi, il mio matrimonio è fallito, ho rischiato di perdere la casa. E oggi ancora ne porto i segni”.

Si annida dappertutto il fenomeno delle dimissioni in bianco, rappresenta oltre il 10% di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli, il 5% delle vertenze degli uffici Cisl, spunta come una gramigna cattiva da ogni interstizio produttivo, tra le commesse dei negozi di lusso come tra gli impiegati delle agenzie di servizi, nell’edilizia senza regole che cementifica le nuove periferie, ma anche nelle botteghe artigiane dell’orgoglio made in Italy.

E nell’80% dei casi resta un reato impunito e taciuto. Ma che cosa è questa prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche e con una percentuale del 25% , al personale impiegatizio di piccole e medie aziende? Come si fa a ricattare così un lavoratore, ma soprattutto una lavoratrice, (le donne spesso vengono “dimissionate” non appena tornano dalla maternità) con una distorsione delle regole tanto evidente che il ministro del Lavoro Fornero, su pressione di diversi gruppi di donne, ha annunciato a breve un provvedimento per rendere impossibili le dimissioni in bianco?

La promessa e l’inganno “In pratica – spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli – al momento dell’assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quell’operaio, quella commessa, o magari quell’impiegato, senza doverlo licenziare, e dunque scaricando se stesso da qualunque responsabilità e mettendosi al riparo da cause e contenziosi…”. Perché è difficilissimo, una volta firmata una lettera autografa, dimostrare che si è stati costretti a quel gesto, e spesso patronati e sindacati non possono fare altro che “raccogliere” la storia di quell’uomo o quella donna ricattati e beffati da padroni senza scrupoli.

E si può essere “dimissionati” per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l’età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, anzi cinicamente, raccontano ancora alle Acli, “lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al neo-dipendente che viene coperto direttamente dall’Inps”. Passati quei mille giorni la lettera salta fuori, e il lavoratore diventa carta straccia, avanti il prossimo per poter “rubare” i benefici di legge.

Quella legge cancellata da Berlusconi che piega i dipendenti all’illegalità

Prima veniva imposto che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici alfanumeri progressivi, e validi non oltre 15 giorni dalla data emissione. Purtroppo la legge entrò in vigore soltanto all’inizio del 2008, alla scadenza del mandato. Ma poi il ministro Sacconi l’ha cancellata

Contro la piaga endemica delle dimissioni in bianco, che secondo una stima dell’ufficio vertenze della Cgil di Pistoia diretto da Luana Delbino “riguarda il 15% di tutti i contratti a tempo indeterminato”, quindi circa due milioni di lavoratori, il governo Prodi aveva varato una legge illuminata, la numero 188 del 17 ottobre 2007.

Titti Di Salvo, oggi nell’ufficio di presidenza di Sel, era stata la relatrice della legge, fatta di un solo, ma essenziale articolo. “Per evitare quella truffa, ciò che veniva imposto è che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici alfanumeri progressivi, e validi non oltre 15 giorni dalla data emissione. Purtroppo la legge entrò in vigore soltanto all’inizio del 2008, poco prima che si sciogliessero le camere. Eppure l’aver semplicemente annunciato sanzioni e provvedimenti contro la prassi delle dimissioni in bianco aveva già avuto un effetto deterrente. Ma è stato solo un momento, perché il primo provvedimento del governo Berlusconi – dice con amarezza Titti Di Salvo – è stata proprio la cancellazione di quella legge, ad opera del ministro Sacconi…”.

Un colpo di spugna che unito alla crisi, ricorda Amedeo Contili delle Acli di Terni, ha inabissato il fenomeno ancor di più, “peggiorando le condizioni delle donne dopo la maternità, degli immigrati e di chi lavora nell’edilizia, con l’aggravante che questi lavoratori non possono accedere né alla indennità di disoccupazione, né ad altri ammortizzatori sociali”. Ma che cosa si può fare allora per difendersi da questo sopruso, dal ricatto di quelle lettere firmate per bisogno e per disperazione, nell’attesa che il ministro Fornero davvero intervenga contro questa piaga?

Gli 007 della Cgil toscana. All’ufficio vertenze di Pistoia, che già nel 2007 tentò di raccogliere tutti i dati nazionali, alle dimissioni in bianco hanno dichiarato guerra. Vincendo decine di cause contro aziende e datori di lavoro fuorilegge. “Attraverso un tam tam capillare sui giornali locali, nelle fabbriche, sulle radio, ovunque, cerchiamo di informare i lavoratori, e li spingiamo comunque a venire da noi nonostante abbiano firmato quelle lettere al momento dell’assunzione.

Quello che suggeriamo loro – spiega Luana Delbino – è di inviare con una raccomandata postale una dichiarazione autografa all’ufficio vertenze, in cui denunciano di essere stati costretti a firmare un foglio di dimissioni in bianco, in quel giorno e in quell’azienda. Noi non apriamo queste buste, le mettiamo in cassaforte, ma quando il titolare di un’impresa decide effettivamente di “dimissionare” un proprio dipendente, noi ci presentiamo con quella lettera che abbiamo custodito per anni… E ci vuole poco ai consulenti del lavoro per capire che l’azienda è in torto, e il reato è la truffa. Siamo anche arrivati alle perizie calligrafiche. E molti lavoratori hanno così riavuto il loro posto. Ma è sempre e soltanto una goccia nel mare

repubblica.it – 19 gennaio 2012

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