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Autonomia, sanità a rischio. Salvini corre: “Sarà realtà entro il 2023”. Cuperlo: “Faremo le barricate”. La premier è infastidita, perplessità anche in Fi. Le opposizioni vogliono scuole e ospedali fuori dalla riforma

La Stampa Togliere la sanità (e la scuola) dal tavolo dell’autonomia differenziata. Lo chiedono con insistenza dal Pd, fino a dirsi «pronti alla barricate». Ma lo pensano anche in Fora Italia, come ripetono diversi presidenti di Regione del Sud, preoccupati di «dividere l’Italia». È uno dei nodi principali della riforma proposta dal ministro Roberto Calderoli e rilanciata ieri da Matteo Salvini, convinto che «sarà realtà entro il 2023». Così facendo, il vicepremier e leader della Lega non fa proprio un regalo di compleanno a Giorgia Meloni. Solo sabato, infatti, la premier si è lamentata di chi prova a mettere i «bastoni tra le ruote» al suo governo, «non solo dall’opposizione».
E il tema dell’autonomia, più che un bastone, è un tronco massiccio: le perplessità non si contano, sia all’interno di Forza Italia che in Fratelli d’Italia. Ma Salvini tira dritto: «Manteniamo la parola data – assicura – abbiamo degli amici che a volte si confrontano, partendo da presupposti diversi, ma poi arrivano a una sintesi comune». Complicata, però, almeno a sentire l’altro vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ravvisa il rischio che l’autonomia possa «dividere il Paese e penalizzare il Sud». Esattamente la percezione che Calderoli in prima persona sta cercando di smentire, incontrando uno a uno i governatori del Sud, ultimo il siciliano Renato Schifani, venerdì scorso. «Io il percorso dell’autonomia lo porto avanti, non ci sono santi», scandisce il ministro, smentendo che ci sia «un derby tra chi accelera e chi frena: le cose vanno fatte con i tempi giusti, cum grano salis». Sceglie il latino, per esprimere i suoi dubbi, anche Gianfranco Fini. L’ex presidente della Camera, ospite di “Mezz’ora in più” su Rai 3, si rivolge ai leghisti dicendo che «la fretta può essere cattiva consigliera» e che, nel realizzare l’autonomia, «est modus in rebus». Messaggio diretto, come non può permettersi Meloni, ma che la presidente del Consiglio sottoscriverebbe parola per parola. Secondo l’ex leader di Alleanza nazionale, l’autonomia sarà «la vera grande questione politica che la maggioranza dovrà affrontare nei prossimi mesi» e sui tempi bisogna essere onesti: «Dire, come ha detto qualche volta Calderoli, che i Lep (Livelli essenziali nelle prestazioni, ndr) li individuiamo in un anno o sei mesi non si può fare». E poi «bisogna prevedere un fondo di compensazione, perché sena metteremmo a rischio l’unità nazionale». Insomma, una serie di paletti piantati sulla strada che Salvini cerca di dipingere spianata. Si aggiungono alle «barricate» del Pd quelle prospettate da Gianni Cuperlo, perché «sanità e scuola non si toccano». «Non è bastato il Covid a dire perché frazionare il paese e i servizi essenziali è una follia? – scrive su Twitter – La Lega vuole piantare la bandiera dell’autonomia differenziata che, scardinando l’unità del Paese, accentuerebbe le ingiustizie». Sulla stessa linea Stefano Bonaccini, altro candidato alla segreteria, che chiede di «escludere materie divisive come la scuola o la sanità» e alimenta «il sospetto che, prima delle elezioni lombarde, si cerchi, da parte della Lega in particolare, una soluzione che possa essere usata come scalpo». All’attacco anche il Movimento 5 stelle, con il vicepresidente Mario Turco, che vede per Meloni «il presidenzialismo come moneta di scambio con l’assurda proposta di Calderoli, la norma “spacca-Italia”».
Una spaccatura che è nei fatti. Nella scuola, ad esempio, basta citare i dati dell’ultimo rapporto Svimez sull’accesso al tempo pieno alle elementari. Garantito al 50% dei bambini in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, solo al 10% degli studenti in Sicilia, al 18% in Campania, al 24% in Calabria. Per la sanità, poi, parlano le inchieste pubblicate su questo giornale nelle ultime settimane, dalle liste d’attesa per visite ed esami clinici ai macchinari obsoleti nei reparti degli ospedali. In un panorama preoccupante a livello nazionale, le regioni del Sud fanno registrare sempre numeri più negativi. Come nell’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, che analizza dieci anni (il periodo è quello che dal 2010 al 2019) di risultati della cosiddetta “griglia Lea”, con la quale da tempo il ministero della Salute monitora le performance sanitarie delle Regioni. In testa alla classifica per l’erogazione delle prestazioni garantite dai Livelli essenziali di assistenza c’è l’Emilia-Romagna con il 93,4% di adempimenti, in coda la Sardegna con il 56,3%. Tra le prime dieci Regioni anche Toscana, Veneto, Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche, Liguria e Friuli Venezia-Giulia. Agli ultimi posti, oltre alla Sardegna, Campania, Calabria e Puglia. —

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