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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Autonomia, sì al piano. Il consiglio regionale approva il progetto di legge che sarà base per la trattativa: «Ora il tavolo a Roma e la firma dell’intesa»
    Notizie ed Approfondimenti

    Autonomia, sì al piano. Il consiglio regionale approva il progetto di legge che sarà base per la trattativa: «Ora il tavolo a Roma e la firma dell’intesa»

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati16 Novembre 2017Nessun commento5 Minuti di lettura
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    A meno di un mese dal referendum del 22 ottobre, con 40 voti a favore (su 51), 10 «non partecipanti al voto» (il Pd) e un assente, il consiglio regionale ha approvato nel tardo pomeriggio di ieri la proposta di legge statale 43, testo base della trattativa col governo sull’autonomia – o almeno così vorrebbe il presidente Luca Zaia, che dal consiglio ha ricevuto un mandato «ampio, pieno e forte» -.

    «Domani (oggi, ndr .) spedirò la proposta, aggiornata alle ultime modifiche votate dall’aula, a Palazzo Chigi e al sottosegretario per gli Affari regionali Gianclaudio Bressa, con cui ho già parlato due volte – ha detto Zaia pochi minuti dopo l’approvazione della legge, che sarà pubblicata sul Bur probabilmente già domani – e chiederò di intavolare subito la trattativa stilando un cronoprogramma per i lavori che, è bene ricordarlo, non saranno portati avanti dai politici ma dai tecnici. Penso che il fatto di ragionare partendo da una legge, e non da una risoluzione come invece hanno preferito fare Lombardia ed Emilia Romagna, ci aiuterà molto: la nostra proposta non si basa infatti su macroaree da definirsi, le materie sono già sgrezzate e indicate in modo puntuale». La speranza, ha spiegato Zaia, è quella di arrivare a siglare un’intesa con l’esecutivo Gentiloni entro la fine della legislatura, per poi affinare il lavoro sul piano tecnico e arrivare al voto in parlamento nel corso della prossima legislatura: «Il centrodestra, con Salvini e i vertici di Forza Italia, ha già messo l’autonomia in cima al suo programma – ha ricordato il presidente, che una volta di più ha voluto smentire le voci su una sua candidatura a premier – ma non ne faccio una questione politica, sono fiducioso che chiunque ci troveremo davanti non vorrà prolungare l’agonia del Veneto, perché di questo si tratta: per noi non ci sono altre vie d’uscita, a questo punto per sopravvivere e riprendere a marciare dopo la crisi non restano che nuove tasse».

    Ribadito che il Veneto non condurrà le trattative insieme a Lombardia ed Emilia («Non vogliamo esami di gruppo in stile ‘68, col 6 politico per tutti») e sottolineato l’antagonismo con Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia («Basta col Nordest, il Nordest siamo noi, i nostri eroici imprenditori stritolati tra due Regioni speciali»), Zaia ha confermato che il Veneto chiederà di trattenere i 9/10 di Iva, Irpef e Ires – il motivo per cui il Pd, contrariamente a quanto fatto in Lombardia, qui ha deciso di non partecipare al voto – ma forse per la prima volta ha lasciato intendere di non volerne fare un totem intoccabile: «Detto che se facessi un referendum solo su questo rivincerebbero i Sì alla grande, i 9/10 nascono dal fatto che non abbiamo dati finanziari certi su cui ragionare, accendiamo la luce in una stanza buia. Attendo però una controproposta da parte del governo, io non vado a Roma per rovesciare il banco».

    Sul piano politico, due gli aspetti da segnalare. Il primo è l’allargamento della maggioranza ai centristi furono «tosiani» e «morettiani» (che dalla primavera scorsa garantiscono sostanzialmente l’appoggio esterno all’amministrazione Zaia) ma soprattutto al Movimento Cinque Stelle, con l’eccezione dell’ortodossa Patrizia Bartelle che si è chiamata fuori, facendo infuriare – per l’ennesima volta – il capogruppo Jacopo Berti, che poco prima aveva detto: «Abbiamo rispettato il mandato dei cittadini, ora la palla passa a Roma e alla delegazione veneta». Il secondo è la scelta del Pd, come si diceva, di non partecipare al voto (Alessandra Moretti ha seguito glaciale il discorso di Zaia mentre con Graziano Azzalin, alfiere irriducibile dell’astensione, il presidente ha scherzato in un paio di occasioni): «Questa legge – ha commentato il capogruppo Stefano Fracasso – rende più difficile raggiungere un obiettivo, l’autonomia, voluto da tutti noi. La Corte costituzionale ha già bocciato la richiesta di trattenere gli otto decimi delle tasse, insistere mina la credibilità della proposta del Veneto».

    Quanto ai contenuti della proposta, confermate le anticipazioni della vigilia dal canone Rai regionalizzato al reclutamento dei vigili del fuoco, si sono aggiunte in extremis un’apertura ulteriore al riconoscimento dell’autonomia di Belluno, la richiesta di attribuire alla Regione la titolarità delle concessioni autostradali e maggiori competenze decisionali in materia di porti e aeroporti, oltre che nuovi ambiti di intervento sulle camere di commercio.

    Sono invece stati respinti gli emendamenti del Pd che facevano proprie le perplessità espresse dai rettori sulla regionalizzazione del sistema di valutazione degli atenei e sul coinvolgimento della Regione nella programmazione dei corsi universitari e quelle del Comune di Venezia e del sindaco Luigi Brugnaro sull’attribuzione a Palazzo Balbi delle competenze sulla salvaguardia della laguna. Il testo, sui due punti in questione, resta dunque quello uscito dalla giunta, anche se è annunciato un ordine del giorno che chiarirà in via definitiva che la Regione nulla vuole avere a che fare con il Mose e la sua gestione.

    Il Corriere del Veneto – 16 novembre 2017

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