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Bassa crescita, esuberi, pensioni. L’innarrestabile declino dei manager. Calano i dirigenti, aumentano i quadri. Ritratto di una categoria in cerca d’identità

C’era una volta il manager, risolutore di ogni problema. Le aziende non funzionano? Chiamiamo un manager. I treni arrivano in ritardo? Ci vuole un manager. La politica è in affanno? Ci pensa il manager. Del resto manager vuol dire «colui che ci mette le mani» (manu agere) ma anche colui che si dà da fare, quanto e più degli altri (magis).

I tempi d’oro sono finiti

In realtà, i tempi dell’elegia dei manager sono finiti e loro si leccano le ferite e stanno al riparo, pronti a uscire allo scoperto per tempi migliori. Il declino dei manager data ormai da tempo: anche per loro la crisi è stata uno schiacciasassi. E così anche i manager, che hanno dovuto espellere personale, hanno conosciuto l’amaro calice dei licenziamenti. I soli manager industriali, punta di diamante dell’esercito delle alte professionalità, secondo Federmanager in cinque anni hanno perso più del 10% dei dirigenti, andando sotto la soglia dei 70 mila: solo nel 2015 sono stati falcidiati da 4.500 licenziamenti, che loro chiamano risoluzioni di rapporto di lavoro, per circa due terzi di tipo consensuale, perché «noblesse oblige», e non è fine cercare un’altra azienda quando si è andati via sbattendo la porta da quella precedente. Il pacchetto di agevolazioni pagato dalle imprese per aiutare la ricollocazione dei manager, non è servito ad ammortizzare l’esodo.

Allontanarsi in silenzio

Molti se ne sono andati in silenzio, minimizzando la visibilità dei tempi più bui. Altri hanno trovato con le proprie reti un nuovo posto di lavoro, magari senza la qualifica di dirigente; altri sono diventati temporary manager, manager in affitto, per brevi o lunghi periodi; altri si sono lanciati nel lavoro autonomo, aprendo una propria attività da consulenti o indossando i panni dell’agente. Insomma, una diaspora, ancora in corso, che ne ha ridotto il numero e il peso, politico e aziendale. Secondo un’elaborazione svolta da Manageritalia su dati Inps, i dirigenti ammontavano nel 2014 a 112.916, per l’85% maschi, con una perdita sul 2010 di quasi il 3%. Crescono i manager nei servizi, calano quelli dell’industria. Nello stesso periodo invece i quadri sono cresciuti a 426.781, con un aumento del 4,5% in pochi anni. Un campanello d’allarme per una categoria che ha dettato legge per oltre un ventennio, portando a casa laute stock option anche da aziende in crisi e con i bilanci in rosso, tallonata e in parte sostituita dai quadri, di minori pretese e spesso leali esecutori degli ordini degli imprenditori. Nella geografia dei nuovi manager si vedono emergere oggi gli scopritori di talenti dei business globali, i manager digitali, i giramondo dei mercati emergenti (Cina) e i motivatori di risorse umane. Ma non basta: per superare il declino dei manager è necessario un colpo di reni, che li smarchi dalla crisi più generale delle classi dirigenti, soprattutto politiche, e riconquisti l’autonomia del ruolo di guida e la visione del futuro.

Inutile fare catenaccio

Non si vince stando in difesa. È questo, oltre all’appannamento dell’immagine e alla concorrenza dei quadri, l’altro fronte aperto dalle recenti polemiche con i governi e la Consulta sui prelievi di solidarietà sulle alte pensioni, che sui media appare come difesa corporativa di privilegi. Se ne è fatta paladina la Cida, la confederazione che rappresenta 140 mila dirigenti e alte professionalità, in servizio e pensionati, pubblici e privati. è un fronte che unisce i dirigenti di tutti i settori, ma che rischia di dividerli ancora di più dal paese.

La Stampa – 19 settembre 2016 

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