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Scenari. Blocchi locali, scuole chiuse e stop alla mobilità tra regioni. Le tre tappe prima del lockdown

La Repubblica. Gli esperti del Comitato tecnico scientifico lo hanno già avvertito: bisognerà aspettare un paio di settimane per verificare l’incidenza delle ultime restrizioni, se cioè la chiusura anticipata di bar e ristoranti, accompagnata alla sospensione di tutte le attività sportive e ricreative, sarà in grado di abbassare la curva del contagio. Due settimane che però potrebbero essere un tempo troppo lungo per evitare che l’epidemia prenda il sopravvento. Specie se l’impennata di ricoveri e nuovi infetti non dovesse accennare a frenare, col rischio di far collassare la rete ospedaliera ormai in pericoloso sovraccarico.
Perciò il presidente del Consiglio è preoccupato. Gli hanno spiegato che dovrà mettersi l’anima in pace: il picco è ben lungi dall’essere raggiunto. E se il virus dovesse continuare a correre, esiste la possibilità concreta di superare, entro i primi di novembre, i 30mila nuovi contagi giornalieri. Una soglia psicologica, oltre che sanitaria. Capace di mettere a dura prova non solo l’intero sistema di assistenza, ma la tenuta del Paese, finendo per dividere ancora di più governo e maggioranza, già attraversati da crepe profonde.
Uno scenario da scongiurare a ogni costo. Mediante ulteriori misure di contenimento: sulla falsariga del modello tedesco, però, non francese. Ché di lockdown nazionale Giuseppe Conte non vuorrebbe sentir parlare. Anzi, è proprio per evitarlo che insieme ai tecnici sta ora valutando un nuovo ventaglio di restrizioni. Tre opzioni, nel segno della «gradualità e proporzionalità» a lui tanto caro, per tentare di rallentare la circolazione del virus qualora l’ultimo Dpcm risultasse insufficiente.
Prima mossa, i lockdown territoriali, magari limitati ai centri urbani più colpiti che, su richiesta dei governatori, potranno essere isolati. Quindi, la chiusura dei confini regionali. Infine l’estensione della didattica a distanza, ma solo come estrema ratio, a tutta la scuola. Chiaro l’obiettivo: tenere lontano il fatidico limite che imporrebbe di spegnere i motori dell’Italia: 2500 persone in terapia intensiva (oggi a quota 1.536). Restando sotto, l’epidemia è gestibile, sopra andrà fuori controllo. E allora il bis di marzo sarà inevitabile.
Ipotesi data ormai per certa in Parlamento, paventata sottotraccia da alcuni ministri. Sia Speranza sia Franceschini hanno già avvertito Conte di fare attenzione: un ritardo in questa fase potrebbe essere fatale. Mentre Gualtieri ha fatto sapere di essere pronto al whatever it takes: a individuare cioè tutte le risorse necessarie per sostenere le attività produttive qualora si dovesse decidere un nuovo blocco. Ma il premier non è convinto. Preferisce, almeno per adesso, la linea attendista: questa settimana aspetterà di vedere i dati, per misurare l’efficacia delle restrizioni approvate domenica notte. Poi, se il risultato dovesse essere deludente, si procederà per step successivi.
Una strategia che stavolta Conte ha però in mente di condividere. Intanto con la sua maggioranza: messo alle strette da Maria Elena Boschi che, l’altro ieri sera, alla riunione dei capigruppo, gli ha contestato la chiusura di cinema e ristoranti senza aver mostrato a nessuno le evidenze scientifiche che la supportavano, il presidente del Consiglio ha fatto un timido mea culpa. Ha sì difeso le misure, «non avevamo altra scelta», ma si è detto disponibile ad aprire subito il famoso tavolo politico delle forze di governo, pure prima degli Stati generali M5S. Persuaso, anche, dalla durezza di Graziano Delrio: «Continuare a dire che va tutto bene significa non avere la percezione della realtà, non vedere l’angoscia e la rabbia che sta montando nel Paese», l’ha apostrofato il dem.
Ma c’è di più. Conte, al quale non sono sfuggiti i toni concilianti utilizzati da Berlusconi negli ultimi giorni, ha anche offerto una sorta di “patto di consultazione” sulla pandemia all’ala più dialogante del centrodestra. Nel segno dell’unità auspicata da Mattarella. Ma il forzista Brunetta, incontrato alla Camera insieme alla Polverini, è stato netto: la condivisione deve essere vera, non di facciata. E la dimostri sottoponendosi al voto del Parlamento. Oggi no, è stata la risposta. Forse la prossima settimana. Quando i dati saranno più chiari. E chissà: magari ci sarà da discutere un nuovo lockdown.

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