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Bruxelles apre una procedura per i ritardi dei pagamenti della Pa. Secondo una direttiva del 2011 la pubblica amministrazione deve pagare beni e servizi entro 30 giorni allungabili a 60 in alcuni casi

L’annosa questione dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione è tornata d’attualità a livello comunitario. La Commissione europea ha annunciato ieri di avere inviato a Roma un parere motivato, secondo cruciale passaggio in una procedura di infrazione per violazione delle regole comunitarie. Il paese ha due mesi di tempo per rispondere alle richieste di spiegazione di Bruxelles che in ultima analisi ha il potere di deferire il governo dinanzi alla giustizia comunitaria.

«Il ritardo nei pagamenti è un importante fattore negativo per le imprese, in particolare per quelle più piccole – ha detto ieri la commissaria all’Industria Elzbieta Bienkowska –. Contare su una remunerazione in tempo utile permette alle imprese di esercitare la loro attività (…) per i loro clienti e i loro dipendenti. Nell’invitare gli Stati membri a rispettare le regole nel campo dei ritardi dei pagamenti, vogliamo proteggere le imprese e contribuiamo a migliorare la competitività dell’Unione europea».

La decisione di Bruxelles riguarda l’applicazione di una direttiva del 2011 che dota i creditori di nuovi poteri nell’esigere il pagamento di beni e servizi da parte di società private ed autorità pubbliche. Quando le scadenze nei pagamenti non vengono rispettate, i creditori hanno diritto a una compensazione equa. «Per scoraggiare una cultura del pagamento ritardato le amministrazioni pubbliche hanno un ruolo importante nel mostrare l’esempio», spiega la Commissione.

Secondo la direttiva del 2011, entrata in vigore nel 2013, la mano pubblica deve pagare i beni e i servizi ottenuti entro 30 giorni, allungabili a 60 giorni in alcuni casi. Nelle transazioni business-to-business, vale a dire tra imprese, la scadenza è di 60 giorni. Il testo comunitario dà al creditore il diritto di incassare interessi dell’8% superiore al tasso di riferimento della Banca centrale europea, oltre al rimborso delle spese straordinarie provocate dal ritardato pagamento.

Nel 2013, il governo italiano e la Commissione europea avevano trovato un accordo sul pagamento di molte fatture arretrate, in concomitanza con l’uscita del paese dalla procedura per deficit eccessivo. La nuova decisione comunitaria potrebbe imporre allo Stato italiano nuovi oneri finanziari proprio in un momento in cui il paese sta negoziando con Bruxelles una sofferta correzione delle finanze pubbliche pari allo 0,2% del prodotto interno lordo (si veda Il Sole 24 Ore del 14 febbraio).

Sotto questo profilo, il parere motivato non poteva giungere in un momento più delicato. Nonostante alcuni sforzi per accelerare i pagamenti della pubblica amministrazione, l’Italia continua quindi ad arrancare. Secondo una ricerca del 2016 dell’organizzazione Intrum Justitia, la pubblica amministrazione italiana promette nei contratti di pagare entro una media di 80 giorni, quando in realtà il pagamento avviene entro una media di 130 giorni.

Oltre all’Italia, la Commissione ha inviato una lettera di messa in mora alla Grecia, alla Slovacchia, e alla Spagna (paese nel quale la legislazione aumenta sistematicamente i termini di pagamento di 30 giorni). La missiva è il primo stadio nell’apertura di una procedura di infrazione. Nel contempo, sempre ieri, l’esecutivo comunitario ha annunciato di avere chiuso l’iter nei confronti del Portogallo poiché il paese ha portato la propria legislazione in linea con la direttiva europea.

Beda Romano – il Sole 24 Ore – 16 febbraio 2017 

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