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Buoni pasto, replica dei consumatori: “No in busta paga, ma semplificare quelli elettronici. Bisogna puntare al Pos unico”

Le associazioni rispondono alla provocazione di Federdistribuzione: “Positiva la defiscalizzazione dei ticket digitali, ma bisogna puntare al Pos unico”. Alla levata di scudi di Federdistribuzione contro i buoni pasto le associazioni dei consumatori rispondono con una doppia sollecitazione. Da un lato, spiegano, sarebbe un peccato rinunciare a un’integrazione del salario completamente esentasse.

Tanto più ora che il governo, con la legge di Stabilità, ha innalzato la defiscalizzazione da 5.90 a 7 euro per i ticket elettronici (dopo 15 anni di blocco) a partire dal 1° luglio. Dall’altro, però, il sistema delle card digitali è ancora troppo farraginoso sia per gli utenti che per i commercianti. Per questo bisogna semplificare il meccanismo.

“Stiamo registrando situazioni di disagio –  spiega Roberto Tascini, segretario dell’Adoc – ci sono arrivate parecchie segnalazioni  di cittadini che, da quando la loro azienda ha convertito i buoni da caratacei in elettronici, si sono visti ridurre drasticamente il numero di punti vendita disponibili ad accettarli. E questo perché non esiste un Pos unico che possa tracciare tutti i tipi di ticket”.

Ogni società emettitrice di card digitali, infatti, ha il proprio lettore. Quindi un bar o un supermercato, per poter accettare i buoni più diffusi, dovrebbe avere come minimo tre o quattro apparecchi diversi. “Il problema è essenzialmente tecnologico – aggiunge Antonio Longo, presidende del Movimento difesa del cittadino (Mdc) – bisogna provvedere al più presto al lettore unico”.

Più critica verso le scelte del governo l’Unione nazionale dei consumatori: “Va bene incentivare l’uso dei ticket elettronici per garantire maggiore sicurezza e tracciabilità – avverte il segretario Massimiliano Dona –  ma farlo senza fornire anche un adeguato supporto strutturale rischia di tradursi in un disagio per i consumatori. E’ il solito problema di un Paese a due velocità: in teoria proiettato verso il futuro, ma tecnologicamente ancora arretrato”.

In ogni caso quella di Federdistribuzione è essenzialmente una provocazione che, in parte, anche le associazioni dei consumatori condividono: “Alcune osservazioni sono giuste  – continua Tascini dell’Adoc –  anche noi siamo assolutamente contrari (e in tutti i settori) alle gare al massimo ribasso tra le società emettitrici, che poi si traducono in commissioni più alte per gli esercenti. E poi è necessario sveltire i tempi di rimborso ai commercianti. Ma diciamo no ad assorbire i buoni pasto nella busta paga, perché poi finirebbero con l’aumentare la tassazione complessiva. Abbiamo calcolato che con un buono medio di 6 euro erogato per 1 mese una famiglia può fare la spesa almeno per una settimana. In proposito troviamo giusto finalizzare i ticket al solo settore alimentare. In assenza di una regolamentazione precisa, ad esempio molti supermercati si stanno attrezzando autonomamente per limitare i campi d’uso dei buoni ai soli alimenti, spesso escludendo alcune categorie merceologiche come gli alcolici. Infine bisogna trovare omogeneità di valori, cioè equilibrio tra i buoni troppo bassi, quelli al disotto dei 5 euro, e troppo alti, che superano addirittura i 10 euro”.

“La defiscalizzazione dei ticket va mantenuta a un livello alto – conclude Longo del Mdc – Ma i buoni pasto andrebbero estesi anche a disoccupati e pensionati sociali”.

Repubblica – 21 febbraio 2015 

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