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Camici bianchi sul piede di guerra per i limiti all’intramoenia

Medici sul piede di guerra per il giro di vite sulla libera professione intramoenia. Il decreto Milleproroghe ha limitato al 30 giugno sia la possibilità di esercitarla anche in strutture al di fuori dell’azienda di appartenenza e negli studi medici (la cosiddetta intramoenia “allargata”), sia il tempo che le regioni hanno per realizzare le strutture interne da dedicare a questa attività.

E il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato due giorni fa che non ci saranno proroghe ulteriori, come invece chiedono i sindacati a gran voce perché, sostengono, senza intramoenia allargata di fatto si toglie la possibilità di esercizio della libera professione. Anaao e Cimo, i maggiori sindacati degli ospedalieri, chiedono un coinvolgimento più diretto dei medici nelle scelte di politica sanitaria perché l’intramoenia è «un diritto dei medici», sostengono. Un diritto che non si può esercitare annullando la possibilità di utilizzare strutture e studi esterni a quelli pubblici, perché non esistono ancora gli spazi necessari all’interno delle aziende per la libera professione in tutte le regioni.

Solo la metà infatti ha utilizzato il 100% delle risorse messe a disposizione dalla legge (oltre 800 milioni), ma gli interventi “collaudati” e quindi in funzione sono anche tra queste al 100% solo in Umbria. Eppure la legge dettava tempi massimi di tre anni per l’adeguamento alle sue previsioni. Pena «l’esercizio di poteri sostitutivi fino alla destituzione» dei direttori generali inadempienti e la preclusione per le regioni ai finanziamenti integrativi del fondo sanitario nazionale.

Anche la Cgil medici, che appoggia l’iniziativa del ministro di interrompere l’intramoenia allargata, sottolinea però che è necessario dare precise e, questa volta, rigide scadenze alle regioni inadempienti.

In effetti l’intramoenia problemi di gestione a livello regionale ne ha, anche al di là della realizzazione delle strutture. Secondo la relazione dell’Osservatorio nazionale sulla libera professione pubblicata a gennaio, la legge del 2007 che regola l’intramoenia è applicata ancora solo a metà, soprattutto per i controlli. Nel 2010 in 9 regioni non sono state avviate misure anti-conflitto di interesse; solo in 11 regioni tutte le aziende riscuotono gli onorari per conto dei medici.

Onorari che nel 2010 hanno portato a incassi di circa 1,3 miliardi, di cui poco più di uno è andato ai medici e poco meno di 200 milioni alle strutture del Servizio sanitario da cui questi dipendono. Un costo pro capite di circa 21 euro medi l’anno per i cittadini italiani che la richiedono per poter essere sicuri di avere le cure del medico scelto anche in ospedale, ma spesso anche per bypassare le liste di attesa. Chi sceglie l’intramoenia ottiene una visita e/o una analisi nella maggior parte dei casi entro una settimana (il 70% in media, con punte oltre l’80% per le visite otorinolaringoiatriche e poco più del 60% per le risonanze magnetiche) contro una media per le stesse prestazioni (non in urgenza) che arriva anche a code dai 6 agli 8 mesi per le visite e oltre 10 mesi per la diagnostica e il laboratorio.

Nel 2010 poco meno dell’1% delle prestazioni in ricovero è stato eseguito in intramoenia, contro circa il 6-8% di visite specialistiche e esami diagnostici.

A livello regionale i record positivi di attesa per visite specialistiche in intramoenia si hanno nelle Marche, dove ad esempio per una visita ortopedica quasi il 70% di richieste viene evaso nello stesso giorno, in Piemonte dove il 100% di risonanze al cervello è in giornata e stesso risultato in Toscana per le Rm alla colonna. Sul versante opposto va male per le visite oculistiche in Umbria, con oltre il 60% di prestazioni che superano i 60 giorni e in Basilicata in cui la stessa sorte tocca al 55% delle Rm alla colonna, al 50% di quelle a cervello e tronco. Anche per l’intramoenia a volte le code si allungano.

ilsole24ore.com – 21 febbraio 2012

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