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“Costretti a prescrivere più terapie per salvarci dalle accuse dei pazienti”. Il libro dell’oncologo assolto per la morte di una ragazza. “L’unica tutela che abbiamo è la medicina difensiva”

Alberto Mattioli. Alla fine, non è stato né un caso di malasanità, perché non ci sono stati errori nelle cure, né di malagiustizia, perché non ci sono stati nemmeno nelle sentenze. Però è una storia indicativa del sistema che in Italia regola, anzi sregola, i rapporti fra sanità e giustizia. E anche un caso personale angoscioso, «perché se sei una persona perbene e ti arriva un avviso di garanzia ti crolla il mondo addosso».

Parola del dottor Pietro Bagnoli, che la sua storia l’ha raccontata in un libro appassionato e appassionante, «Reato di cura» (Sperling & Kupfer, pagg. 238, euro 16). Bagnoli, 50 anni, è un chirurgo oncologo dell’apparato digerente che lavora nell’hinterland milanese, un’autorità in materia. Nel 2009, finì sotto processo insieme a tutta l’équipe, altri due chirurghi e un radiologo, per la morte di una ragazza. I genitori fecero causa, Bagnoli e i suoi colleghi furono rinviati a giudizio, poi assolti in primo grado e riassolti in appello «perché il fatto non sussiste». Una vicenda lunga quasi quattro anni che gli è costata molto «in termini economici, ma per fortuna lì c’è l’assicurazione, e soprattutto di qualità della vita, perché devi combattere per dimostrare la tua innocenza e adattarti alle regole di un mondo che non conosci. Un esempio? L’accusa sosteneva, sbagliando, che un certo antibiotico avesse una certa azione. Portai al mio avvocato il foglio illustrativo del farmaco, insomma il “bugiardino”, per dimostrarlo. Lui sorrise: “Avrà scritto degli errori, ma li ha scritti in modo convincente”. Per un medico, questo è incomprensibile».

Però Bagnoli non si limita a raccontare la sua disavventura e il sollievo perché è finita. Ci ragiona anche sopra. E allora il suo caso diventa tipico in un Paese, «uno dei tre al mondo, gli altri sono Polonia e Messico», dove la colpa medica è collocata nell’ambito penale. Intasando la giustizia (30 mila cause contro i medici ogni anno) ma anche peggiorando la sanità. «Perché provoca la cosiddetta “medicina difensiva” che, secondo un’indagine ministeriale, costa all’Italia 10 miliardi l’anno». E qui bisogna spiegare. «C’è la medicina difensiva di tipo attivo: il medico prescrive esami che servono, più che a saperne di più sul paziente, ad accumulare referti per contestare un’eventuale contestazione. Pezze d’appoggio, insomma. Che chiaramente fanno crescere la spesa sanitaria e i tempi d’attesa per gli altri pazienti».

Poi c’è la medicina difensiva «passiva»: «Il medico è portato a evitare atti terapeutici impegnativi e rischiosi. Perché se vanno bene, nessuno ti dice grazie. Se vanno male, ti portano dritto in tribunale». Insomma, una specie di autocensura preventiva, per evitare possibili grane. Secondo Bagnoli, però, una soluzione al problema è possibile. Si tratta di passare a una medicina «basata sull’evidenza» che esca dall’autoreferenzialità dell’appartenenza alle «scuole». «La Cochrane Collaboration mette a disposizione tutti i più autorevoli studi scientifici prodotti nel mondo e ne trae delle “evidenze” terapeutiche. Difficilmente un giudice può orientarsi fra perizie tecniche contrastanti. Bisognerebbe spiegargli che a livello mondiale il problema tale viene affrontato nel modo talaltro, e allora ci sarebbero finalmente dei criteri oggettivi per valutare l’operato del medico».

Poi ci sono gli avvocati. «Ormai si vedono scene degne di quel romanzo di Grisham, “L’uomo della pioggia”. Gente che si apposta fuori dagli ospedali distribuendo biglietti da visita e proposte: faccia causa, non la facciamo pagare e se vinciamo dividiamo il risarcimento. Non è chiaro se sia legale, però succede». Bagnoli ne ha anche per i media: «Spesso la notizia del processo è già una condanna. Certo, i giornali hanno scritto che io e miei colleghi eravamo stati assolti. Ma senza l’enfasi retorica che aveva accompagnato il nostro rinvio a giudizio».

Resta la frase terribile e bellissima sulla ragazza morta che chiude il libro: «Non passa giorno che non pensi a lei». Perché, dottore? «Perché il nostro compito è preservare la vita e la morte di un paziente pesa come un macigno. È una tragedia per lui e per i suoi cari, certo. Ma anche per chi ha fatto di tutto per evitarla e non ci è riuscito».

La Stampa – 31 ottobre 2016

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