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Dai contratti ai permessi, dal Pd sfida al sindacato. E Letta apre sull’articolo 18

Come Tony Blair. Più di Tony Blair. Lo sganciamento del Pd a trazione Renzi dalla Cgil ormai ha il sapore della sfida. L’ultimo strappo è stata la proposta di contratti d’ingresso nel mondo del lavoro, privi però delle tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il premier Enrico Letta ne ha parlato. Ma è restato sulle generali: «Tutto ciò che fa più occupazione, è benvenuto», ha detto al Tg3. Precisando che «questo è uno dei temi che affronteremo a gennaio».

Certo, a sentire i renziani, quello dell’articolo 18 è solo un dettaglio enfatizzato dai media a scapito della sostanza: l’aumento dei diritti dei giovani sancito da contratti a tempo indeterminato invece che dai contratti a progetto che, si è ben visto, non garantiscono nulla. Lo stesso Renzi ieri sera ha però ricordato che un piano con la sua firma non è ancora stato presentato e che non intende partecipare a «un derby» sull’articolo 18 che trasformerebbe tutto in «melma». Anche perché il tema apre linee di frattura nello stesso Pd. Per dirla con Matteo Orfini, «immagino che il job act di Renzi non sarà come anticipato. Altrimenti toccherà sostituire Marianna Madia (neoresponsabile Lavoro del Pd renziano) con la Fornero». Chi non lascia cadere la palla è Pietro Ichino, che proprio su questi argomenti aveva lasciato il Pd per Scelta civica: «Se Renzi intende andare nella direzione da noi indicata, ha tutto il nostro appoggio».

Che Renzi non intenda impiccarsi a un piano — appunto, il «job act» che vedrà la luce il mese prossimo — ancora da formalizzare in modo organico è normale. Però, appunto, quella sullo Statuto dei lavoratori è solo l’ultima sortita. Una staffilata che, stranamente, evoca un nodo che i renziani considerano superato. Il responsabile pd del Welfare, Davide Faraone, 38 anni, lo dice così: «L’articolo 18 non è centrale nel mercato del lavoro di oggi. Parlare di quello è parlare di un rapporto di lavoro che non esiste più». Eppure, a richiamare il totem poco centrale è stato Renzi in persona.

Ragioni di marketing? Chissà. Tra le munizioni che il leader pd porta a tracolla, anche il regime fiscale dei sindacati: «Iniziamo a dire che anche loro devono mettere online in modo trasparente tutti i denari che ricevono e che spendono». Combinazione: più o meno la stessa richiesta del neoleader leghista Matteo Salvini. E poi, c’è l’emendamento alla legge di Stabilità presentato da Dario Nardella, cerchia stretta di Renzi, che vorrebbe tagliare del 90% i permessi sindacali retribuiti. Uno scherzo dal valore compreso tra i 90 e i 135 milioni di euro. E a cui, di cuore, è impossibile dire no: i risparmi andrebbero infatti «a sostegno delle persone affette da Sla». Difficile anche trovare occasionale il confronto di Renzi con Maurizio Landini, il segretario della Fiom, la categoria più critica con la casa madre Cgil. I due si sono incontrati a una mostra fotografica alla biblioteca delle Oblate di Firenze. Un caso, certo. Che poi abbiano scambiato qualche considerazione riguardo alla legge sulla rappresentatività dei sindacati che Landini contesta, è un naturale da cosa nasce cosa: «Vorrei fargli osservare — ha detto il leader Fiom — che i lavoratori e le lavoratrici non hanno il diritto di votare i propri contratti e i propri accordi». L’asse tra il neosegretario e il più critico tra i leader Cgil è un altro asset che difficilmente Renzi non metterà a reddito. Anche se giusto ieri Landini ha precisato che «l’articolo 18 è già stato modificato e il risultato è l’aumento della disoccupazione». Senza sbattere la porta: «Quando ci sarà un piano con proposte concrete lo vedremo e ci confronteremo».

Ma è lo stesso Faraone ad aprire una nuova faglia. Quando dice che «le primarie nel sindacato sarebbero il modo per coinvolgere anche coloro che pensano di rappresentare e non rappresentano». Per Vincenzo Scudiere, segretario confederale cgil, «Una proposta che ha tanto di propagandistico». Ai piani alti della Confederazione si abbozza: «Renzi sarebbe il nuovo? Quel che dice, già lo avevamo sentito da D’Alema. Piuttosto, sugli aspetti della legge di Stabilità che riguardano il lavoro, Renzi non si è sentito di dire nulla… ».

Marco Cremonesi – Corriere della Sera – 19 dicembre 2013 

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