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Def, via alle nuove stime. Enti locali, ministeri e municipalizzate: tutti dovranno risparmiare. Nodo tasse sul lavoro, gli sconti per il 2016 sono scoperti

Prudenza. La parola d’ordine del Documento di economia e finanza che il governo discuterà oggi non collima con il carattere del premier. Prudente è la stima di crescita. Prudenti sono la stima sul deficit e del risparmio in interessi sul debito pubblico grazie al calo dello spread. Dopo un anno a Palazzo Chigi e una sfilza di vertici a Bruxelles, Matteo Renzi ha capito che in materia di conti pubblici è utile tenere in piedi due registri.

Il consiglio dei ministri si riunirà per discutere solo una bozza, e alla fine verranno rese note solo le stime macroeconomiche. Il documento completo, quello nel quale è contenuto il «Piano nazionale delle riforme» arriverà solo venerdì. La versione ufficiale è che la richiesta sia arrivata proprio dal premier. Poiché nel «Pnr» sono indicate tutte le riforme con tanto di cronoprogramma sui tempi entro i quali realizzarle, Renzi vuole che ciascun ministro rilegga con attenzione i punti che li riguardano, ed evitare così obiezioni in futuro sugli impegni presi. «Se ne avete fatele ora», è la richiesta. I tedeschi – lo raccontava di recente Padoan- seguono minuziosamente il lavoro del governo, al punto da chiedere come va la riforma delle Province.

I numeri

È questa la ragione per la quale il governo ha deciso sin d’ora di fissare con precisione gli obiettivi di politica economica del 2016: dalla credibilità del progetto dipende la nuova flessibilità che il governo, di qui all’autunno, conta di ottenere dalla Commissione europea per il 2016. Se il piano la convincerà, l’Italia potrà spendere fino a mezzo punto di Pil in più, ovvero otto miliardi di euro. A meno di modifiche dell’ultim’ora, la crescita di quest’anno sarà dello 0,7 per cento, il deficit del 2,6 per cento. Nel 2016 la crescita salirà fino all’1,1 per cento, il deficit è previsto in discesa fino all’1,7 per cento.

I risparmi di spesa ammonteranno circa a dieci miliardi di euro. Verranno da nuovi tagli agli enti locali, alle municipalizzate, ai ministeri, alle agevolazioni fiscali e ai sussidi alle imprese. Ma anche in questo caso – almeno sulla carta – si tratta di una stima che il governo considera prudenziale: è il minimo necessario a neutralizzare la clausola che prevede, il primo gennaio del 2016, l’aumento dell’Iva per 16 miliardi di euro.

Il nodo tasse sul lavoro

A quei dieci miliardi occorre aggiungere infatti due voci: le maggiori entrate che il governo stima per quest’anno (quattro miliardi di euro), più le minori spese per interessi, ora valutate in due miliardi ma che alla fine dell’anno potrebbero essere quattro. Totale: sedici miliardi. Tutto ciò che il governo conta di ottenere in più rispetto a questa cifra servirà a rifinanziare nel 2016 il taglio delle tasse sul lavoro, che ad oggi non sono coperte. Ottenere dieci miliardi di tagli veri alla spesa sarebbe già un risultato eccezionale. Ma il governo non può permettersi in ogni caso di aumentare le tasse. Anche laddove le entrate aumenteranno, oggi Renzi e Padoan non possono usarle per far tornare i conti. È il caso della nuova sanatoria sul rientro dei capitali, che dovrebbe garantire fra i tre e i cinque miliardi di euro. Fosse dipeso dal governo, una cifra sarebbe stata indicata. In questo caso a chiedere prudenza è la Ragioneria; troppo aleatoria la cifra, troppo aleatorie le condizioni perché quei fondi vengano effettivamente messi a bilancio. La sentenza della Corte costituzionale che ha azzerato gran parte dei dirigenti dell’Agenzia delle Entrate sono una mina su tutte le voci che riguardano la lotta all’evasione.

La Stampa – 7 aprile 2015 

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