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Dialogo Cina-Italia per ridurre le barriere all’agroalimentare. Domani secondo round sul tema della sicurezza

Agrumi, latte, carne fresca, prosciutti, olio extravergine di oliva. L’Italia, si sa, vanta un bendidio dal punto di vista agroalimentare, ma la nostra bestia nera sono (e restano) le infide barriere del market access, specie quelle erette da nuovi e promettenti mercati come quello cinese: solo per la carne e gli insaccati la perdita secca sarebbe di 60 milioni di euro ogni anno.

«Proprio per le produzioni d’eccellenza l’industria italiana potrebbe avere un ruolo di primo piano in Cina – dice Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria con delega all’Europa e al made in Italy nonché presidente di Assocarni – il mercato cinese è della massima importanza per il nostro export alimentare. I nostri Paesi hanno nell’esportazione una grande forza e dovrebbero, quindi, dichiarare a gran voce no al protezionismo. Invece, esistono ancora molti ostacoli all’esportazione dei prodotti alimentari in Cina, dalle procedure amministrative onerose e incerte alle certificazioni complesse, dalle restrizioni sanitarie ai divieti assoluti, alle barriere tariffarie e non tariffarie».

«Per l’abbattimento di queste barriere – continua Lisa Ferrarini – l’attenzione deve essere posta soprattutto sui rapporti bilaterali. Quindi, sono fondamentali la collaborazione e lo scambio di informazioni tra le autorità dei nostri Paesi per armonizzare i requisiti di produzione, l’approvazione di standard il più possibile omogenei, nel rispetto dei principi sanciti da Wto, da Fao e Codex Alimentarius, all’adozione di misure comuni per combattere la contraffazione. L’industria agroalimentare italiana è pronta a offrire il proprio contributo perché le nostre relazioni diventino sempre più proficue e reciprocamente vantaggiose. Per questo è indispensabile che le eventuali limitazioni del commercio siano adeguatamente legittimate e non discriminatorie e che il vantaggio competitivo si ottenga non a scapito dell’attenzione alle nuove misure di sicurezza o di controllo della provenienza del cibo».

Il Business Forum Italia-Cina che si è svolto nella Great Hall of People a Pechino il mese scorso, a margine della visita di Stato del premier Matteo Renzi, ha senz’altro gettato un seme. Domani, in ambasciata, è di scena il secondo round del Dialogo Sino-italiano sulla sicurezza alimentare, le aspettative e le prospettive di un cambio di marcia sono molto alte, la diplomazia economica è all’opera.

L’Italia insegue, per esempio, la firma di un memorandum of understanding che aiuti a certificare gli arrivi di olio extravergine in Cina, specie dopo i problemi che si sono verificati in dogana cinese tre anni fa. Punta alla certificazione degli impianti della produzione del latte, ben oltre l’arrivo in Cina di attori importanti come Centrale del latte di Torino che, attualmente, ha già totalizzato l’80% del latte italiano UHT esportato in Cina (un accordo da 2 milioni di litri venduti con marchio “Piemonte”). C’è da capire se anche attori italiani, oltre ai big mondiali tipo Nestlè, potranno esportare latte per l’infanzia, un asset delicatissimo dopo lo scandalo del latte alla melamina che nel 2008 ha causato la morte di sei bambini innescando una “tolleranza zero”, sia dentro che fuori dalla Cina. Alcuni impianti produttivi si sono ristrutturati proprio per adeguare il prodotto alle caratteristiche richieste dal mercato cinese. La partita italiana si gioca in queste ore.

Stesso discorso per le carni, per quelle suine la prospettiva è quella di aprire il mercato cinese alle carni fresche, aumentare il numero dei macelli italiani autorizzati a lavorare con i prosciuttifici che esportano già in Cina, far inserire un consistente numero di stabilimenti per la lavorazione della carne suina nelle liste degli stabilimenti autorizzati all’esportazione in Cina e allargare la tipologia di prodotti a base di carne suina da immettere sul mercato cinese. Per il momento è via libera solo per il prosciutto maturato a 313 giorni e la carne suina trattata termicamente.

Lo sbarramento ci costa, si diceva, in termini di mancato fatturato, 60 milioni di euro all’anno. Non è poco, ma soprattutto non è giusto. «Certo, apprezziamo molto l’impegno della Cina a collaborare per il successo dell’Esposizione universale di Milano – sottolinea Lisa Ferrarini – nella consapevolezza che l’evento sarà un’eccezionale occasione per promuovere lo scambio delle rispettive esperienze e competenze nel campo dell’alimentazione nonché per rafforzare i legami ta i nostri Paesi, anche per superare le asimmetrie esistenti nell’interscambio commerciale, nell’accesso ai rispettivi mercati di beni e servizi, nella tutela della proprietà intellettuale e nei flussi d’investimento».

Il Sole 24 Ore – 7 luglio 2014

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