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Dopo tagli Governo nelle Regioni è caos sui ticket

La manovra dell’esecutivo costringe gli Enti a recuperare 400 milioni di euro entro la fine dell’anno. I governatori continuano a protestare. E intanto i cittadini pagano.

Ticket sanitari. Un pasticcio “epocale”. Una truffa del governo a danno delle Regioni, che sono costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine dell’anno. Ma andiamo con ordine. Nel 2009, governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero dell’Economia stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali. A giugno del 2011 arriva la ferale notizia da via XX Settembre: non ci sono i soldi, arrangiantevi. Anzi, le Regioni sono obbligate ad applicare tre nuovi ticket: 10 euro per le visite specialistiche, altrettanti per gli esami diagnostici e 25 per chi è andato al pronto soccorso ed è stato classificato “codice bianco”. I primi due si sommano ai costi già previsti dal tariffario regionale. A parte le categorie esenti, fra cui i malati cronici, tutti gli altri pazienti devono pagare e non c’è reddito che tenga.

Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni, come un sol uomo, salgono sulle barricate. “In Veneto Roma non comanda, a casa nostra facciamo noi, quindi nessun ticket”, afferma il presidente leghista Luca Zaia. Anche Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, dichiara la sua opposizione, ma poi ricorda che una legge dello Stato va applicata, altrimenti si può essere accusati di “danno erariale”. Ma il giudizio complessivo dei presidenti è concorde. Si va dalla manovra “iniqua” al provvedimento “inapplicabile”. Il 29 luglio alla festa della Lega a Concorezzo, in quel di Monza, Umberto Bossi lancia l’idea dell’aumento delle accise su sigari e sigarette. L’idea piace a molti: dai presidenti delle Regioni a molti parlamentari di maggioranza e opposizione. E il governo? Nicchia, prende tempo, rinvia. E dopo tre incontri finiti nel nulla, ai primi d’agosto, partono comunque i ticket. Il governo rimanda il confronto a settembre. Dopo la truffa anche la beffa.

E i governatori che avevano minacciato di alzare le barricate? In molti si adeguano e mandano giù il rospo. “In Veneto comando io”, aveva tuonato Luca Zaia, ma ora si accontenta di firmare il ricorso al Tar. In Campania, che ha un deficit sanitario abissale, si stanno studiando nuove formule, mentre viene confermato il ticket di 50 euro per i codici bianchi al pronto soccorso. La Sardegna, dove per le prestazioni specialistiche si arriva a pagare un massimo di 46.15 euro, confermato il ticket di 25 euro per i codici bianchi e di 15 per quelli verdi. Toscana, Emilia Romagna e Umbria hanno imboccato un’altra strada: rivedere il livello minimo di reddito oltre il quale si paga e far gravare gli aumenti sui quelli “alti”. Ma chi non pagherà in maniera assoluta l’aggravio dei ticket? Di sicuro le persone affette da patologie invalidanti: cardiopatici, asmatici, diabetici, malati cronici, pazienti affetti da tumore e invalidi al 100 per cento. E poi i bimbi sotto i 6 anni e gli over 65, ma solo se il reddito familiare non supera i 36 mila euro. Dovranno invece mettere mano al portafoglio, se ce l’hanno, i componenti delle famiglie monoreddito, i precari e i disoccupati.

 

Per capire meglio come stanno le cose è però opportuno farsi un giro negli ospedali della Capitale.

Sandro Pertini, zona est di Roma. Viali alberati, aiuole curate, padiglioni ordinati e puliti. E poi l’aria condizionata, mentre fuori il termometro sfiora i quaranta gradi. Nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso una ventina di persone attendono di sapere le condizioni delle persone che hanno accompagnato. “Mia madre, 85 anni, si è sentita male stanotte, non respirava più, forse sarà colpa del caldo”, dice una signora sulla cinquantina. Lei sa che per i casi non gravi, i codici bianchi, c’è da pagare un ticket di 25 euro? “Sì, l’ho sentito dire, ma mia madre è una malata cronica, quindi non credo che dovrà spendere soldi”.

Il reparto cassa ticket dista 300 metri dal Pronto soccorso. L’impiegata allo sportello spiega a una paziente: “La visita specialistica costa 24 euro e 66 più 10 per l’aumento recente, la Tac 51.15 sempre più 10”. La signora gira sui tacchi e se ne va. Sono in molti quelli che vengono a pagare i 25 euro per i codici bianchi? La signorina abbassa la voce: “Quasi nessuno, perchè al paziente, al termine della visita, gli viene consegnato un conto corrente e, secondo lei, la maggioranza che fa? Non mi faccia dire altro”.

Stessa musica all’ospedale San Giovanni. L’impiegata allo sportello attende che il paziente si sia allontanato poi sussurra: “Io non posso parlare ma qui di gente che paga in codice bianco se ne vede proprio poca”. Lo spartito non cambia all’ospedale Umberto I, dove però hanno installato un congegno futuribile: una macchina luminosa dove s’infila la tessera sanitaria. Poi si accendono una serie di tasti sui quali il paziente deve appoggiare il dito. Solo che otto volte su dieci è un’impiegata che deve uscire dal box per insegnare all’ignara anziana disperata come funziona quel maledetto aggeggio. “Ecco, sullo scontrino lei ha il suo nuovo codice d’accesso, ora lo schermo luminoso le indicherà a quale sportello rivolgersi”. E dallo schermo esce una voce che proviene dallo spazio sillabando il codice. L’anziana signora non capisce, s’alza e se ne va. Nel frattempo un giovane si avvicina al “mostro”, infila la tessera, digita e riceve lo scontrino. “Devo fare una gastroscopia. Quanto devo pagare?”. “Trentadue euro più dieci”, risponde l’impiegata. “E che sono questi dieci?”. La risposta è secca. “Non lo sa che da luglio c’è stato l’aumento?”.

Il Fatto Quotidiano del 25 agosto 2011

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