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Durissimo rapporto ONU: l’Italia non è in grado di proteggere i cittadini dall’esposizione a sostanze tossiche. Dai Pfas e Porto Marghera in Veneto alla Terra dei fuochi in Campania e i rifiuti di Roma

L’indipendente. Un rapporto durissimo, che mette in ombra l’inazione dello stato italiano nella protezione dei cittadini veneti di fronte ai rischi per la salute generati dai PFAS, come di quelli tarantini nei confronti dei veleni dell’ILVA, dei campani nella Terra dei Fuochi e dei laziali alle prese con discariche che inquinano fuori dai valori nella norma. È quanto messo nero su bianco nel rapporto appena presentato dal relatore speciale sulle implicazioni per i diritti umani della gestione delle sostanze tossiche Marcos Orellana, che ha visitato l’Italia tra il 30 novembre e il 13 dicembre scorsi, concludendone che “in troppi casi, l’Italia non è riuscita a proteggere le persone dall’esposizione a sostanze tossiche”.

Il rapporto sviluppato da Marcos Orellana si è concentrato sulla visita e l’analisi nelle zone di Porto Marghera a Venezia, l’area di contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS) in Veneto, il quartiere Tamburi adiacente allo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, l’area conosciuta come Terra dei Fuochi in Campania, e il termovalorizzatore di San Vittore, nel Lazio. Il rapporto del Relatore Speciale dell’ONU si basa sulla Legge 68 del 2015 che ha introdotto nel codice penale italiano i reati contro l’ambiente, inclusi i reati di inquinamento e calamità ambientale. La legge ha ampliato gli strumenti disponibili per contrastarli, tra cui il termine di prescrizione, la custodia cautelare e le intercettazioni. Ciò ha creato però un ambiente ad alto rendimento per le attività criminali, alimentando lo scarico illegale e la combustione di rifiuti pericolosi. I siti contaminati producono gravi problemi alla popolazione delle zone limitrofe che risultano esposte a sostanze pericolosamente nocive. Siti storicamente inquinati che tutt’oggi si ripercuotono sulla salute umana.

Porto Marghera, risulta essere sede di un enorme complesso industriale che ha trascurato la protezione ambientale per decenni e rilasciato rifiuti pericolosi. Stando alle informazioni contenute nel rapporto dell’ONU, sono 157 i casi registrati di malattie o decessi dovuti all’esposizione al monomero di cloruro di vinile tra i lavoratori di Porto Marghera. Uno studio condotto dalla Regione ha anche mostrato una concentrazione di tumori nella zona di Fiesso e Vigovono, situati sottovento rispetto a Porto Marghera. Nel 2019 inoltre, il Progetto SENTIERI ha riscontrato un’incidenza di cancro superiore alla media nei siti da bonificare, in particolare nelle zone in cui erano presenti impianti chimici e petrolchimici di petrolio ed era praticato lo scarico di rifiuti pericolosi.

Riuscite ad immaginare cosa significa per una madre rendersi conto di aver avvelenato i propri figli attraverso il suo stesso latte materno?” – recita il rapporto nella sezione dedicata al Veneto dove più di 300.000 persone sono state colpite dalla contaminazione dell’acqua dovuta a sostanze chimiche, compresa l’acqua potabile. La situazione in Veneto è particolarmente preoccupante per la gravità dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche – dette anche chimiche per sempre perché persistono –. I residenti della zona hanno sofferto e soffrono tutt’ora di gravi problemi di salute, come infertilità, aborti spontanei e diverse forme di tumore.

Nella Terra dei fuochi in Campania risultano circa 500 i siti contaminati in 90 comuni tra la parte nord-occidentale di Caserta e la parte nord-orientale di Napoli. In queste zone, lo scarico, l’interramento e l’incendio abusivo di rifiuti alla fine degli anni ’90 e 2000 è un problema che continua a persistere. Stando alle stime del 2015, sono più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti illegali ad essere stati gettati nell’area negli ultimi 20 anni. È importante sottolineare il fatto che più della metà dei terreni in Campania è rivolta all’agricoltura, e quindi l’economia della regione è particolarmente colpita dal problema dei rifiuti.

Lo stabilimento Ilva in Puglia è l’acciaieria più grande d’Europa. Ha la capacità di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, pari al 40% della produzione siderurgica italiana. Da 60 anni l’impianto emette polveri sottili, diossine e altre sostanze pericolose che hanno provocato un livello di inquinamento che risulta intollerabile. Nel 2012 il Tribunale di Taranto ha prodotto un’indagine che evidenzia, che nel 2010, lo stabilimento ha emesso enormi quantità di sostanze pericolose, quali polveri minerali, biossido di azoto, biossido di zolfo, acido cloridrico, benzene e diossina nell’aria.

A rischio anche la zona di Rosignano (LI), in cui la multinazionale Solvay, è uno dei più importanti gruppi chimici in Italia. Il sito risulta infatti il più grande impianto per la produzione di carbonato di sodio dell’Italia centrale. L’industria produce anche cloruro di calcio, cloro, acido cloridrico, clorometani, plastica e perossido di idrogeno. Stando alle informazioni rinvenute per il rapporto, i processi chimici sono risultati noti dalla metà degli anni 80. Le famose spiagge bianche, divenute una meta turistica, risultano rappresentare un altro importante rischio. Infatti, il candore della sabbia è dovuto principalmente alla dispersione di calcare e carbonato di calcio di origine industriale, per cui le acque reflue sono state scaricate in mare, insieme ad altri prodotti chimici.

Anche la città di Roma deve affrontare notevoli problemi nell’amministrazione dei rifiuti. Nel 2020 solo il 43% dei rifiuti è stato raccolto separatamente e riciclato, periodo in cui
la città produceva ogni giorno 3.000 tonnellate di rifiuti non riciclabili. Nell’aprile del 2021 l’associazione ambientalista Legambiente Emilia-Romagna ha mappato oltre 1.000 discariche abusive a Roma. Infatti, i rifiuti di Roma spesso vengono spediti in altre regioni italiane o addirittura all’estero, il che solleva questioni di giustizia ambientale molto gravi.

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