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Ebola. “La mia battaglia contro il virus killer”: il diario del medico italiano che coordina il centro di Monrovia dedicato alla malattia

Michele Bocci. Un giorno nella vita di chi lotta contro Ebola. Ventiquattrore a Monrovia, dentro il più grande centro dedicato alla malattia. Centoventi letti: paura, dolore e morte che si incontrano. C’è anche un po’ di speranza, quella di riuscire a salvare qualcuno. Ma al momento è flebile. «Fino ad oggi ho visto solo tre persone andarsene vive, gli altri sono morti al ritmo di venti al giorno. È una catastrofe umanitaria », dice Riccardo Giuliani.

Ha 42 anni, viene da Bologna ed è l’infettivologo mandato da Medici Senza Frontiere a coordinare il lavoro sotto le tende montate nella capitale della Liberia, nell’area dove si sono ammalati i due americani salvati con il siero sperimentale Zmapp. È arrivato una settimana fa, resterà per due mesi. Nessun permesso, nessun week end libero, nessuna possibilità di cambiare la sua giornata tipo.

ORE 6, SUONA LA SVEGLIA

A Monrovia, nella villetta messa a disposizione da Msf ci si alza che è ancora buio. Caffè, latte, cerali e fette biscottate e si va in un’altra casa, dove è previsto il briefing. «Siamo una quindicina di persone espatriate — racconta — Facciamo il punto di come è andata la notte al centro sanitario. Ci sono i rappresentanti dei vari dipartimenti: chi si occupa di igiene e di acqua, lo staff medico, cioè noi, chi segue la logistica. In mezz’ora stabiliamo cosa fare nella giornata».

ORE 8, AL CENTRO MEDICO

Ruggero è con un collega, emiliano anche lui, e 4 infermieri arrivati da Paesi europei. Con loro lavorano circa 400 professionisti locali. «La prima parte del lavoro è nella zona del triage, dove bisogna capire, anche alla luce delle risposte del laboratorio, chi è malato e chi no. Quindi all’inizio ci occupiamo dei casi sospetti ed escludiamo altre patologie come la malaria». Ci sono tre grandi aree sotto le otto tende del centro medico di Monrovia: una per chi arriva con i sintomi, una appunto per il triage e una per i malati conclamati.

ORE 10, DENTRO LO SCAFANDRO

Arriva il momento di andare a vedere i malati. Ci vogliono 15-20 minuti per prepararsi. «Prima bisogna vestirsi come per entrare in sala operatoria, poi si indossano tuta protettiva e stivali. Dopo si infila una sorta di passamontagna e sopra un paio di occhialoni. Infine va usato anche un grande grembiule di plastica spessa, oltre a un doppio paio di guanti». Subito prima di entrare, medici e infermieri controllano allo specchio che non ci siano zone del corpo rimaste scoperte.

ORE 10.20, I MALATI

«Paura? All’inizio sì, perché non sapevo cosa aspettarmi. Poi ti butti nel lavoro, facendo attenzione perché tanti colleghi hanno preso il virus». Il contatto con i malati è uno dei momenti più difficili, a cui bisogna arrivare preparati perché il tempo è poco. «Abbiamo solo un’ora, bisogna sapere cosa fare e a chi. Un collega che sta all’esterno ci legge le cartelle cliniche. Per parlare con la tuta addosso dobbiamo gridare. Visitiamo, chiediamo ai pazienti che problemi hanno, diamo antibiotici, antimalarici, farmaci per il vomito. Per chi è all’ultimo stadio c’è la morfina». Dentro la tuta si può stare solo un’ora, perché non traspira e il caldo è infernale. «Si perdono due chili in quei sessanta minuti». Le precauzioni per spogliarsi sono ancora maggiori di quelle per vestirsi. Un’altra persona spruzza spray con il cloro sugli indumenti. Uno ad uno.

ORE 13, LA PAUSA

«Sarebbe l’ora di mangiare ma io spesso partecipo a riunioni, ad esempio al ministero della Sanità. Oppure vado al laboratorio, gestito dagli americani, a confrontarmi sui risultati incerti». La pro- spettiva di Msf è di ingrandire il centro, già ora la più grande struttura per l’Ebola, e portarlo prima a 200 letti e poi addirittura a 400.

ORE 15 , L’OSPEDALE

Qualcuno entra di nuovo dai malati, altri si occupano di chi arriva. «Siamo strapieni e fuori continuano a presentarsi decine di casi sospetti — dice il medico — Li controlliamo con una protezione più leggera ma se ci sono dubbi seri escono i colleghi con lo scafandro ». Fermare il contagio è difficile. Si ammalano i parenti dei malati, i conoscenti che partecipano ai funerali. «La frustrazione di non riuscire a curarli è pesante. Il carico di morti che vediamo ogni giorno è faticoso da reggere psicologicamente. Ci sono scene terribili, ti trovi ad accompagnare dentro bambini che già sanguinano. Sai già che il giorno dopo moriranno e non puoi farci niente».

ORE 19, LA CENA

Prima si fa un meeting in ufficio sulla giornata. «Alle 20 ci ritroviamo per la cena. Siamo una quarantina, mangiamo insieme a parte quelli che vanno a fare il turno di notte. Facciamo due chiacchiere, beviamo una birra. Senza mai toccarci. Le procedure di sicurezza di Msf prevedono che non ci sia alcun contatto tra i suoi addetti anche fuori dall’ospedale. Si crea una situazione surreale».

ORE 22, IN CAMERA

Prima di dormire bisogna rispondere alle email e scrivere i rapporti per Medici senza frontiere. Si riaccende il cellulare per scambiare messaggi su whatsapp con la famiglia. «Mia moglie è medico e lavora anche lei per Msf. Abitiamo in Sudafrica, ci occupiamo di Hiv e Tbc. Ora è lì con i nostri due bimbi. Le racconto quello che faccio, del dramma a cui assisto. Lei è di Rimini, eravamo in vacanza a Bologna a luglio, quando mi hanno chiesto se volevo venire qui in Liberia ». Chissà se quando spegne la luce nella villetta di Monrovia, verso mezzanotte, Ruggero ripensa al momento in cui ha detto sì.

Repubblica – 1 settembre 2014

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