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Ebola, le misure di sicurezza in Italia: quando scatta l’emergenza. Ecco tutte le indicazioni per gli operatori sanitari

di Silvia Sperandio. Mentre l’infermiera spagnola infettata da Ebola è in via di guarigione (nei due ultimi test valori «quasi negativi» del virus), gli esperti di novanta Paesi si trovano da domani a Berlino, al World Health Summit, per confrontarsi sull’epidemia dell’Africa occidentale che fa paura al mondo. «Tutti abbiamo sottovalutato il virus», dichiara il ministro del Gabinetto Merkel. E se non si incrementeranno gli sforzi, si rischia di «perdere» questa guerra.

Intanto, negli Stati Uniti, sono al varo linee guida più stringenti per il personale sanitario, dopo che due infermiere sono state contagiate da Ebola nell’ospedale di Dallas. Norme e protocolli nazionali, a conti fatti, si sono rivelati inadeguati.

In Italia ci sono numerose segnalazioni di casi sospetti, ma tutte con esito negativo, ha fatto sapere nei giorni scorsi il ministro Beatrice Lorenzin, spiegando però che l’Oms non esclude la possibilità di casi sporadici in Europa. Del resto, l’escalation dell’epidemia in Sierra Leone, Liberia e Guinea, è tale da far prevedere a Natale oltre 10mila casi a settimana, secondo le stime Oms per l’Africa.

Ecco le indicazioni per gli operatori sanitari

L’ultimo protocollo del ministero “per la gestione dei casi e dei contatti sul territorio nazionale” è stato inviato alle Regioni e agli uffici di sanità marittima e aerea e di frontiera. Il documento contiene indicazioni rigorose per gli operatori sanitari: da cosa fare quando un caso sospetto arriva in pronto soccorso, a come gestirlo in sicurezza, chi deve effettuare la diagnosi e – qualora il test risulti positivo – come deve avvenire il trasferimento verso i centri nazionali di riferimento.

In Italia sono due le strutture in grado di prendere in carico questi malati: l’Istituto nazionale per le malattie infettive (Inmi) “Lazzaro Spallanzani” di Roma e l’azienda ospedaliera Luigi Sacco di Milano. Questi sono anche gli unici centri in grado di effettuare le diagnosi di Ebola in laboratori ad alta sicurezza. Un ruolo fondamentale, visto che quest’infezione – che ha un periodo di incubazione di 8-10 giorni con un range di 2-21 – può essere confermata solo attraverso test virologici. «L’Italia ha previsto un coordinamento centralizzato contro il rischio Ebola – spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma – mentre le misure di sicurezza vengono adottate in funzione del rischio valutato caso per caso».

Cosa succede se una persona arriva al pronto soccorso con sintomi sospetti

Cosa succede quando una persona arriva in un pronto soccorso con sintomi che potrebbero far pensare a Ebola?

«Se un paziente ha solo la febbre alta – spiega Giuseppe Ippolito – gli operatori devono innanzitutto verificare in anamnesi se ha soggiornato nelle aree infette nei 21 giorni precedenti l’esordio della febbre». Più in generale, è importante verificare se ha avuto contatti con malati o casi sospetti.

«Questa visita deve essere effettuata, come misura precauzionale, in ambiente separato dal resto dell’ospedale, con mascherina chirurgica e a distanza di almeno un metro, senza mai toccare il paziente». «Invece, se una persona presenta anche altri sintomi (oltre a febbre, anche diarrea, sanguinamento, vomito o tosse), scattano le misure più rigorose di isolamento e l’adozione di precauzioni standard (come il camice impermeabile, la mascherina chirurgica idrorepellente, la protezione per gli occhi, i guanti).

Fondamentale anche far indossare al paziente una mascherina e il lavaggio delle mani, insieme all’isolamento in una stanza singola dove prestargli la prima assistenza.

Fino alle misure di massima sicurezza, ovvero il trasferimento del caso sospetto allo Spallanzani di Roma o al Sacco di Milano, attrezzati per la gestione del rischio clinico.

Per il trasferimento del paziente un’ambulanza ad hoc

Per il trasposto viene utilizzata un’ambulanza con attrezzatura ad hoc: mentre la cabina dell’autista è isolata dal resto del veicolo, l’interno è dotato di un ampio vano centrale per accogliere la barella coperta da una cupola di plexiglas. Tra la cabina e la barella vi è un vano “tecnico” per l’attività degli operatori. Ogni manovra viene effettuata con indumenti di protezione.

Simeu: pronto soccorso preparati, ma mancano spazi per isolamento

Se i due centri nazionali sono in grado di garantire la massima sicurezza, si può dire altrettanto del resto degli ospedali? «I pronto soccorso italiani sono preparati a far fronte ad un’eventuale emergenza per casi sospetti da virus Ebola e il protocollo di intervento dal ministero della Salute è arrivato a tutte le aziende sanitarie», afferma Gian Alfonso Cinibel, presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza (Simeu). Ma «la criticità, che siamo comunque preparati a gestire, riguarda la disponibilità di spazi per l’isolamento dei casi sospetti».

«In alcuni pronto soccorso non ci sono stanze singole dedicate»

Il problema maggiore riguarda le stanze singole. «Se nei Dea di II livello ci sono stanze di isolamento dedicate, infatti, negli altri Pronto soccorso non ci sono stanze dedicate e, dato il normale affollamento, ci potrebbero essere problemi poiché nell’eventualità di un’emergenza Ebola l’attività dovrebbe essere sospesa per rendere disponibile una stanza di isolamento». Tuttavia, precisa, «ciò rientra nella definizione delle priorità e gli operatori sono pronti a far fronte ad ogni emergenza».

Il Sole 24 Ore – 19 ottobre 2014 

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