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Ecco gli antenati che stiamo perdendo. Lo studio (anche italiano) su «Science»: in 50 anni rischia l’estinzione il 60% dei primati. «Ma sono essenziali per la vita dell’uomo»

Difficile possa diventare realtà la terribile prospettiva che alla fine degli anni 60 impressionava fuori e dentro le sale cinematografiche. Sullo schermo Il pianeta delle scimmie raccontava il decadimento della razza umana sopraffatta dai primati diventati più intelligenti. Un certo nostro decadimento potrebbe invece portare alla loro estinzione, come dimostra la più estesa e approfondita indagine finora condotta su questo mondo.

Un gruppo di 31 primatologi di varie nazioni — ci sono anche due studiosi italiani del Muse di Trento — ha analizzato tutte le 505 specie conosciute concludendo che i tre quarti sono in declino e il 60% ha davanti lo spettro della scomparsa.

Questo sta succedendo, sottolinea la ricerca pubblicata da Science Advances , mentre si scoprono nuove specie di primati: ben 85 dal Duemila a oggi grazie alle più sofisticate analisi genetiche di cui disponiamo ma anche, paradossalmente, perché distruggendo le foreste gli scienziati possono più facilmente raggiungere zone prima inaccessibili. «Ma se le cose non cambiano, nei prossimi 50 anni registreremo un significativo numero di estinzioni», avverte Anthony B. Rylands di Conservation International, uno dei coordinatori della ricerca.

Le cause della crisi sono diverse. Al primo posto c’è il taglio forestale per destinare i terreni alle più remunerative coltivazioni di soia o di olio di palma. Inoltre si deve aggiungere la cattura per il mercato alimentare, con notevoli importazioni in Cina e una forte domanda nelle regioni dell’Africa occidentale. Qui, nell’area delle miniere dove si estrae il coltan, una combinazione di minerali utilizzata nella fabbricazione dei cellulari, le popolazioni si cibano sostanzialmente della carne dei primati. Ogni specie di scimmie risulta minacciata, inclusi gorilla, scimpanzé, bonobo, orangutan e 19 specie di gibboni, mentre l’87% dei lemuri è considerato specie rara. Alcuni di questi esemplari, quelli giganti del Madagascar (oltre 150 chilogrammi), non esistono più. Da 25 anni non è più stato avvistato il colobo rosso di Miss Waldron in Africa occidentale, mentre una sottospecie di gibboni è giudicata estinta in Cina.

Ma l’uomo può vivere senza le scimmie? «No, perché perderemmo un patrimonio inestimabile» risponde Francesco Rovero che con Claudia Barelli del Muse, da oltre una decina d’anni è impegnato in Tanzania nella ricerca americana, occupandosi del degrado ambientale alla base dell’emergenza. «I primati sono il gruppo più rappresentativo delle foreste pluviali e costituiscono, quindi, parte importante del bioma della Terra e un capitale evolutivo preziosissimo, da preservare con cura. Confrontando la nostra biologia con quella degli altri primati, abbiamo la possibilità di comprendere l’evoluzione del nostro cervello, della nostra visione ma anche la nostra vulnerabilità alle malattie. L’agricoltura intensiva e l’incremento della popola-zione hanno aggravato la situazione del loro habitat. La soluzione è creare aree protette, incentivare la riforestazione, combattere i traffici illegali».

«La loro esistenza è fondamentale — aggiunge Elsa Addessi, studiosa del comportamento e del linguaggio all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr —. Non soltanto per la stretta parentela con gli scimpanzé, con i quali condividiamo il 99 per cento del Dna, ma anche perché indagando il diverso adattamento delle varie specie all’ambiente, individuiamo modelli efficaci per studiare la cognizione umana».

Giovanni Caprara – IL  Corriere della Sera – 22 gennaio 2017 

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