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Epatite C da sangue infetto. Dopo 20 anni i risarcimenti

Decisiva la Cassazione I giudici torinesi hanno preso atto del pronunciamento della Cassazione che imputa al ministero i mancati controlli nel passato sulle transaminasi dei donatori Riconosciuti a due donne che hanno contratto il virus per trasfusione

Anche i giudici torinesi, dopo l’ultimo pronunciamento della Cassazione, voltano pagina e accordano i primi risarcimenti alla vittime di trasfusioni di sangue infetto. In passato c’è stato chi spostava la residenza a Roma per vedersi riconoscere un diritto previsto da numerosi tribunali italiani.

«Ministero omissivo»

Qui non contava che il ministero della salute non prevedesse controlli – per quasi un ventennio – sulle transaminasi dei donatori per prevenire l’epatite C, conosciuta per anni solo come «non A e non B» ma sicura causa del 75 per cento delle infezioni post-trasfusionali dal 1975. I giudici civili torinesi valutavano sulla base della «probabilità quantitativa prevalente» (50 per cento + 1) che quei test non erano rivelatori. Ma se applicati avrebbero ridotto il rischio di contagio del 30-40 per cento. E ora, in due successive sentenze dei giudici Roberta Dotta e Anna Castellino, si rileva che l’esame delle transaminasi Alt era previsto dal ministero per i donatori di sangue sin dal 1966, «obbligo reiterato da una circolare del 1970 e disatteso da un Dpr dell’anno dopo». Poi 18 anni di silenzi da parte del ministero.

Vent’anni di silenzi

Nel frattempo divenne evidente che l’epatite A non era la causa delle infezioni da sangue trasfuso, che la B lo era solo in parte e che i danni al fegato di persone già sfortunate per avere dovuto ricorrere a cure ospedaliere provenivano da una terza forma di epatite, più grave di quelle conosciute.

«Tracciabilità del sangue»

Il ministero è divenuto colpevole di comportamento omissivo anche rispetto alla mancata «tracciabilità» del sangue donato. Così andò nel caso di una donna talassemica, sottoposta nel corso del 1986 alla trasfusione di venti sacche di sangue in vari ospedali, dove era stata ricoverata per «colite ulcerosa recidiva e pancolite ulcerosa emorragica». Si prese anche l’epatite C e, non avendo il ministero reso più obbligatorio il test delle transaminasi, oggi l’Avvocatura dello Stato che lo rappresenta in sede civile non può dimostrare un fattore di infezione diverso dal sangue trasfuso.

81 mila euro di risarcimento

Resta un po’ problematico dare atto che la donna si sia resa conto della nuova seria malattia solo nel 2008, ma ciò, semmai, rientra in un altro ordine di cose. Anche la seconda vittima del virus se n’è accorta a distanza di quasi vent’anni. Il suo caso era clinicamente meno complicato quando fu operata di appendicectomia all’ospedale di Alessandria e ricevette sangue di donatori, solo in seguito sottoposti al test delle transaminasi, rivelatesi «significativamente alterate»: «positivi all’epatite C».

Il loro sangue era stato tracciato e ha portato alla prova certa del contagio attraverso la trasfusione ospedaliera. Con ciò, dal 2008 – data della citazione del ministero per responsabilità omissiva – si è dovuto arrivare a metà 2012 per riconoscere alla donna il diritto al risarcimento per «perdita di chance».

L’avvocato Dario Cutaia, dello studio Trevisson, ha quantificato in 388 mila euro i i danni patrimoniali e morali subiti dalla sua assistita. Per questo aspetto, il giudice «ha rimesso la causa in istruttoria». Nel secondo caso, sono stati chiesti 600 mila euro di risarcimento, il magistrato ne ha accordati 81 mila.

«Speranza per le vittime»

Non vi è dubbio che, per gravità delle conseguenze subite, la trasfusione di sangue con il virus dell’epatite C «non vale» sul piano del risarcimento quella che ha consegnato in eredità a chi l’ha ricevuta l’infezione da Aids. Per ora l’avvocato Cutaia e i propri colleghi sottolineano «che per la prima volta in assoluto il Tribunale di Torino ritiene il Ministero della Salute responsabile del contagio per non aver vigilato e adottato tutti gli accorgimenti allora disponibili (transaminasi, test Anti HBC) e ciò anche per tutti quei contagi verificatisi in epoca precedente all’introduzione dei test specifici. Queste sentenze ridanno speranza a tutti coloro che potrebbero risultare esclusi dal decreto transazioni pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 13 luglio scorso».

I risarcimenti, con gli indennizzi previsti dal 1992, dovrebbero poter aiutare chi ha incontrato grandi difficoltà.

La Stampa – 20 agosto 2012

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