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Federalismo, i passi dopo il sì sulle regioni

Il 2018 non è solo l’anno in cui la Russia ospiterà i primi mondiali di calcio della sua storia o in cui è ambientato l’ultimo Terminator. Ma è anche quello che vedrà l’Italia approdare definitivamente al federalismo fiscale.

Il decreto attuativo su regioni e sanità, che giovedì ha ottenuto il via libera della bicamerale e che a breve sarà a Palazzo Chigi per l’ok definitivo, ha infatti anticipato di un anno la dead line della riforma cara alla Lega. Il processo di transizione dalla spesa storica ai costi standard si concluderà dunque nel 2017.

Almeno per i governatori, poiché sindaci e presidenti di provincia sanno solo che fino al 2013 usufruiranno di un fondo perequativo transitorio. Poi ne arriverà uno definitivo ancora da elaborare.

Ma vediamo a che punto è il procedimento di attuazione all’articolo 119 della Costituzione partito nel 2008. Degli otto provvedimenti licenziati dal Consiglio dei ministri solo cinque hanno raggiunto (o quasi) il traguardo: federalismo demaniale, ordinamento di Roma capitale, fabbisogni standard di Comuni e Province, fisco municipale, tributi regionali, provinciali e costi standard. Senza che nessuno sia però diventato effettivamente operativo. Ogni decreto a sua volta delega a Dm, Dpcm e regolamenti vari la propria applicazione pratica. Valga l’esempio del municipale che contiene 18 rinvii ad altrettanti provvedimenti.

In rampa di lancio ci sono altri tre Dlgs – interventi speciali, armonizzazione dei bilanci pubblici, premi e sanzioni – che devono però completare la trafila Conferenza unificata-Parlamento-Palazzo Chigi prevista dalla legge 42 del 2009. Per rispettare i tempi della delega, tutti e tre dovrebbe tornare in Cdm entro il 20 maggio. Per effetto della proroga di sei mesi annunciata ieri a questo giornale dal ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, il termine potrebbe slittare al 20 novembre. Il semestre aggiuntivo verrà sfruttato dal Governo per aggiungere almeno altri tre decreti legislativi su funzioni e risorse da attribuire a Roma capitale, fondo perequativo finale di Comuni e Province, superamento della diatriba Tarsu/Tia sui rifiuti. Fermi restando i 24 mesi aggiuntivi per le eventuali modifiche o correzioni.

Con l’arrivo del fisco municipale e regionale, l’impalcatura è definita. Sia per le entrate, visto che ora si sa quali e quanti tributi ogni livello di governo riceverà; sia per le uscite, poiché la società Sose Spa ha già avviato la ricognizione dei fabbisogni standard di Comuni e Province (cioè i servizi da erogare su tutto il territorio nazionale in condizione di efficienza e senza sprechi) e farà lo stesso per le Regioni nelle materie diverse dalla sanità.

Le prime a farsi sentire saranno le modifiche fiscali. Ad esempio i proprietari di un’abitazione, intenzionati ad affittarla, potranno a breve optare per la cedolare secca. Per smettere di pagare l’Ici dalla seconda casa in su e cominciare a versare l’Imu al 7,6 per mille dovranno invece aspettare il 2014.

Scaglionate nel tempo anche le modifiche sull’Irpef. Mentre l’addizionale comunale potrà salire dello 0,2% sin dal 2011 (con un tetto fissato allo 0,4%), quella regionale dovrà restare allo 0,9% (o eventualmente scendere) fino al 2013 quando potrà raggiungere l’1,4 per cento. Tale limite salirà al 2% dal 2014 e al 3% dal 2015. Se però si vive in un territorio che ha già portato l’asticella oltre lo 0,9% l’addizionale potrà restare comunque al di sopra della soglia. Il “congelamento” non varrà per le Regioni sottoposte a piano di rientro sanitario che, in caso di sforamento, continueranno a subire gli aumenti automatici previsti dalla legge. Il 2013 sarà l’anno “zero” anche per l’Irap che potrà essere ridotta fino a zero oppure diventare deducibile su base regionale.

Più diluito ancora sarà il procedimento di controllo della spesa da parte dei cittadini. I fabbisogni di Comuni e Province nei loro compiti fondamentali (asili, trasporti, ambiente, polizia locale) arriveranno, per un terzo di funzioni alla volta, nel 2011, nel 2012 e nel 2013. Ma ogni gruppo entrerà in vigore solo l’anno successivo alla sua introduzione. Se la tabella di marcia sarà rispettata, dal 2015 in poi ogni elettore potrà verificare quanto spende il proprio sindaco e quanto quello del Comune limitrofo. E magari ricordarsene al momento delle elezioni in nome di quel «vedo, pago, voto» caro all’Esecutivo. Un principio che per i governatori varrà pienamente solo dal 2018 in avanti

Ilsole24ore.com – 27 marzo 2011

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