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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Food & wine. Rapporto Qualivita-Ismea sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole a denominazioni di origine: Parma e Verona sono le regine degli alimenti certificati
    Notizie ed Approfondimenti

    Food & wine. Rapporto Qualivita-Ismea sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole a denominazioni di origine: Parma e Verona sono le regine degli alimenti certificati

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche21 Febbraio 2016Nessun commento5 Minuti di lettura
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    L’Italia è il Paese dei prodotti certificati, ne conta 805 tra Dop, Igp e Stg (282 food e 523 wine) per un valore che ammonta a 13,4 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2013 e pari al 10% del fatturato totale dell’industria alimentare. E’ quanto emerge dal rapporto Qualivita-Ismea sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole a denominazioni di origine che sottolinea anche la performance brillante delle indicazioni geografiche sui mercati esteri, con l’export che vale 7,1 miliardi di euro, in forte crescita sull’anno precedente (+8,2%) e pari al 21% all’ammontare complessivo delle esportazioni agroalimentari nazionali.

    L’Italia si è fatta valere nel panorama dei cibi a denominazione anche nel 2015 (+9 le nuove registrazioni), seguita dall’emergente Croazia e dal Portogallo (+8). Guardando alle singole regioni, svettano il Veneto e la Toscana con 90 prodotti, il Piemonte con 81, la Lombardia con 77 e l’Emilia Romagna con 73.

    A Parma la food walley

    Il rapporto sottolinea che non esiste un solo comune italiano “senza prodotti certificati”. Per il comparto food la provincia di Parma risulta il distretto con il maggior ritorno in termini economici (951 milioni), grazie al discreto numero di filiere Dop e Igp (12) che insistono nel territorio, ma soprattutto all’entità del valore economico ad esse collegato (basti pensare al Parmigiano reggiano Dop e Prosciutto di Parma Dop).

    A Verona il vigneto

    Per il comparto wine la provincia con maggior ritorno economico (341 milioni) è quella di Verona, in cui si contano 24 denominazioni Dop e Igp, con prodotti dal grande peso in valore come il

    Prosecco Dop e il Conegliano Valdobbiadene-Prosecco Dop. Il rapporto segnala infine che la produzione di vini di qualità in Italia è strutturalmente in crescita. La quantità certificata complessiva di quasi 23 milioni di ettolitri vale 7 miliardi di euro alla produzione, per un +5% su base annua.

    Le esportazioni di vino Dop e Igp hanno raggiunto un valore complessivo di 4,3 miliardi di euro (+4%): negli ultimi cinque anni il valore all’export ha avuto incrementi complessivi di oltre il 30%, sia nel segmento delle Dop che delle Igp.

    ASIAGO, PROSECCO E PROSCIUTTO SAN DANIELE TRA I  PIU’ COPIATI NEL MONDO

    Dalla lotta alla contraffazione e alla falsificazione dei prodotti alimentari italiani di qualità potrebbero nascere trecentomila nuovi posti di lavoro. E’ quanto afferma  Coldiretti Veneto a margine della presentazione del XIII Rapporto sulle produzioni agroalimentari e   vitivinicole a denominazioni di origine. Questi prodotti sono stati determinanti nel consentire all’Italia di raggiungere nel 2015 il record storico delle esportazioni agroalimentari di 36,8 miliardi dei quali ben il 20% è realizzato proprio dai prodotti alimentari dop/Igp e i dai vini doc/docg Ipg. “Un risultato che potrebbe migliorare considerevolmente poiché due prodotti alimentari di tipo italiano su tre in vendita sul mercato internazionale sono il risultato dell’agropirateria internazionale che sul falso Made in Italy fattura 60 miliardi di euro nel mondo”. In testa alla classifica dei prodotti piu’ taroccati – rileva la Coldiretti ci sono i formaggi a partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano che ad esempio negli Stati Uniti in quasi nove casi su dieci sono sostituiti dal Parmesan prodotto in Wisconsin o in California. Ma anche l’Asiago quanto il Provolone, il Gorgonzola, il pecorino Romano o la Fontina. Il fenomeno interessa anche il vino il nobile Amarone e il Prosecco scovati sugli scaffali russi, australiani o svedesi con nomi evocanti che con quello l’autentico non c’entrano nulla. Poi ci sono i salumi piu’ prestigiosi dal Parma al San Daniele che spesso sono “clonati” ma anche  gli extravergine di  oliva e le conserve come il pomodoro san Marzano che viene prodotto in California e venduto in tutti gli Stati Uniti. La produzione annuale di imitazioni dei formaggi italiani – riferisce la Coldiretti – ha raggiunto negli Usa il quantitativo record di quasi 2228 milioni di chili, con una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni, tanto da aver superato addirittura la stessa produzione di formaggi americani come Cheddar, Colby, Monterrey e Jack. Tra i formaggi italiani Made in Usa piu’ gettonati – rileva la Coldiretti – ci sono la mozzarella (79 per cento), il Provolone (7 per cento) e il Parmesan (6 per cento), con quasi 2/3 della produzione realizzata in California e Wisconsin mentre lo Stato di New York si colloca al terzo posto. Uno scippo che riguarda anche denominazioni tutelate dall’Unione Europea con la produzione di Parmesan statunitense che ha raggiunto i 144 milioni di chili, circa la metà di quello originale realizzata in Italia. Se gli Stati Uniti sono i “leader” della falsificazione, le imitazioni dei formaggi italiani sono molto diffuse dall’Australia al Sud America, ma anche sul mercato europeo e nei Paesi emergenti, dove spesso il falso è arrivato prima delle produzioni originali. In questo contesto è particolarmente significativo il primo piano per l’export che prevede per la prima volta azioni istituzionali di contrasto all’italian sounding. A questa realtà – conclude la Coldiretti –  se ne aggiunge pero’ una ancora piu` insidiosa: quella dell’italian sounding di matrice italiana, che importa materia prima dai paesi piu` svariati, la trasforma e ne ricava prodotti che successivamente vende come italiani senza lasciare traccia, attraverso un meccanismo di dumping che danneggia e incrina il vero Made in Italy’, perché non esiste ancora per tutti gli alimenti l‘obbligo di indicare la provenienza in etichetta”.

    Il Sole 24 Ore e Coldiretti – 21 febbraio 2016 

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