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Fuga dalla scienza. Ogm, cambiamenti climatici, nucleare, vaccini obbligatori. Ecco perché abbiamo smesso di fidarci della disciplina più oggettiva

Silvia Bencivelli. Ci piace la scienza. Ma solo a parole. E non ci fidiamo di lei se pretende di spiegarci che cosa abbiamo nel piatto. Ci piace, purché non insista con la fastidiosa abitudine di mettere in discussione tutto e di non dar credito al “buon senso” né a quello che “si vede a occhio nudo”. Insomma: ci piace, ma non la seguiamo.

Quella tra la comunità scientifica e il resto della società è una storia di amoreodio, senza buoni né cattivi e dall’intreccio sempre più complesso. Stavolta la racconta un sondaggio dell’American Association for the Advancement of Science (la AAAS: la più grande associazione scientifica al mondo) e del think tank americano Pew Research Center, pubblicato su Science.

Il risultato è un confronto tra quello che pensano gli scienziati (3748 iscritti alla AaasAAS) e quello che pensa il “grande pubblico” (2002 “Casalinghe di Voghera” d’America, non meglio definite) su alcuni temi “legati alla scienza”.

Come prevedibile, la differenza più clamorosa riguarda gli Ogm: sostanzialmente sicuri per l’88 per cento degli scienziati lo sono solo per il 37 della popolazione generale. «È un dato americano — sottolinea Roberto Defez, direttore del Laboratorio di biotecnologie microbiche dell’Ibbr del Cnr di Napoli e autore de Il caso Ogm ( Carocci) — ma i sondaggi italiani danno gli stessi risultati». Proprio questo mostra il difetto di comunicazione tra scienziati e no: «Gli americani mangiano Ogm da vent’anni ma evidentemente non lo sanno». Non solo: pochi giorni fa il rapporto annuale dell’Isaaa, associazione di riferimento per le biotecnologie agrarie, ha mostrato che siamo entrati nel ventesimo anno di crescita delle superfici agricole globali destinate alle coltivazioni Ogm. «Ma evidentemente questo non incide sulle idee del pubblico, né in America né qui».

A scorrere i dati del sondaggio, altri numeri fanno pensare che il difetto di comunicazione di cui sopra nasca da un’idea di “naturalità” non condivisa tra chi fa scienza di mestiere e chi no. Infatti la situazione si ribalta se si parla di cambiamenti climatici. Qui, le Casalinghe di Voghera appaiono propense al 50 per cento a discolpare la mano dell’uomo, mentre gli scienziati la accusano all’87. E se mentre per quasi tutti gli scienziati i cambiamenti climatici sono un problema «serio o molto serio » (94 per cento), solo per il 65 per cento del pubblico generale lo è.

Altro dato curioso riguarda energia nucleare versus estrazione di petrolio in alto mare: il 65 per cento degli scienziati è a favore della costruzione di centrali nucleari, contro il 45 dei non-scienziati. Ma solo il 32 per cento degli scienziati è per trivellare i fondali marini, contro il 52 degli altri. Generalizzando: i cittadini usano con disinvoltura il petrolio ma temono l’atomo, gli scienziati la pensano al contrario.

Da qui in poi, è importante leggere i dati su quello che pensiamo che gli scienziati pensino. Un non-scienziato su tre pensa che gli scienziati stiano ancora litigando sui cambiamenti climatici, e in questo autoinganno trova l’assoluzione alle proprie responsabilità di uomo occidentale. Sarebbe però stato interessante avere anche il dato opposto, cioè vedere che cosa gli scienziati pensino di quello che pensano i non-scienziati. Forse, troveremmo lì parte delle ragioni del problema. Perché, come dicono gli americani, it takes two to tango: per ballare il tango bisogna essere in due. Ed ecco la criticità maggiore. Il sondaggio, infatti, dice che il consenso generale per la scienza è alto, sul 79 per cento. Ma, sull’altro fronte, la vaga affermazione «il pubblico non sa abbastanza di scienza» è condivisa dall’84 per cento del campione. Tra le righe si legge la solita idea: se la gente conoscesse la scienza sarebbe d’accordo con lei anche nelle fattispecie.

Questo però è poco scientifico, di certo indimostrabile, assai semplicistico, e probabilmente sbagliato. Lo dimostrano le ricerche di settore, come un’analisi appena uscita sulla rivista Vaccine che ha mostrato come una decisa informazione istituzionale sulla vaccinazione antiinfluenzale possa addirittura rinforzare i pregiudizi di chi già non si fida. Il problema non è da poco: oggi nelle zone ricche di Los Angeles i tassi di copertura vaccinale dei bambini in età scolare sono gli stessi che si registrano in Ciad o in Sud Sudan. Con la differenza che i genitori di Malibu potrebbero permettersi la spesa e avrebbero i medici pronti a spiegargliene la necessità. E che anche Barack Obama in persona è intervenuto nella questione, per ribadire che i bambini non vaccinati mettono a rischio di malattie gravi se stessi e i più fragili tra gli altri: «capisco che qualcuno possa essere preoccupato. Ma sapete, la scienza su questo è abbastanza incontestabile».

E che “spiegare” non basti lo dimostra anche il ripetuto tentativo da parte della comunità scientifica di “educare” una popolazione, di per sé, spesso riottosa e diffidente. Si cominciò proprio a casa AAAS nel 1951, con l’”Arden house statement” in cui si leggeva che tra gli obiettivi dell’associazione c’era «l’aumento della comprensione e dell’apprezzamento da parte del pubblico dell’importanza e della potenzialità dei metodi della scienza ». Era il 1951, il rumore della bomba atomica era ancora nell’aria, e gli scienziati riconoscevano che sarebbe stato un lavoro difficile e lungo. Questo approccio fu rilanciato in grande nel 1985 in Gran Bretagna con il rapporto della Royal Society “The public understanding of science” (Pus). Fu lì che il cosiddetto “deficit model”, l’idea per cui il pubblico ha un “deficit” culturale da colmare, si fece preponderante e portò a grossi investimenti per l’educazione pubblica. E nascevano le indagini sull’alfabetizzazione scientifica. Queste però hanno sempre mostrato la stessa cosa: a parole la scienza piace a tutti ma poi è poco conosciuta e su alcuni temi poco apprezzata. A dispetto delle attività nate sulla scia del Pus: belle, interessanti e di successo, ma poco incisive sui grandi numeri. Tanto che, dopo decenni di Pus, due settimane fa uno studio della Oklahoma State University ha mostrato che l’80 per cento degli americani è fieramente disposto a dirsi a favore dell’etichettatura obbligatoria sui cibi “contenenti Dna”, confondendolo con gli Ogm.

Infine, il sondaggio AAAS — Pew continua a lasciare aperto il dubbio che ci si pone da almeno tredici anni, da quando sempre dalle pagine di Science si cominciò a mettere in discussione il deficit model. E cioè: siamo sicuri che una domanda sugli Ogm o sull’evoluzionismo sia una “domanda di scienza”? Per qualcuno nasconde questioni identitarie, politiche, religiose. Nessuna Casalinga di Voghera in carne e ossa vive in un mondo diviso tra “scienziati” e “non scienziati”. Vive in un mondo complesso, a cui forse gli scienziati parlano poco. Ma questa è un’altra storia.

Repubblica – 3 febbraio 2015

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