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Gamberi e spada, il pesce conteso che agita le acque del Mediterraneo. Con la Francia l’ultimo caso di sconfinamento. “Tutta colpa di un accordo fantasma”

Non sono più un sogno, con buona pace di Paolo Conte. Ma un incubo. Gamberoni rossi, ghiottoneria e vanto delle coste liguri. I pescatori della Riviera ora rischiano l’arresto dei gendarmi francesi e il sequestro della barca, se sorpresi a tirar su le reti in quel tratto di mare all’altezza del confine dove — da più di un secolo — catturano i preziosi crostacei. È appena successo, potrebbe accadere ancora.

Tutta colpa di un misterioso accordo siglato un anno fa tra i due governi, all’insaputa di (quasi) tutti. Una strana storia di nuove frontiere sull’acqua, di correnti, di fantomatici giacimenti sul fondo. Il patto doveva essere ratificato del Parlamento italiano, invece nulla. Ma allora, è valido? Che pasticcio.

Ciro Lobasso, comandante del peschereccio “Mina”, di Sanremo, aveva calato le reti a strascico tra Ventimiglia e Mentone, all’altezza della “fossa del cimitero”. È arrivata una motovedetta dei doganieri di Nizza, mitragliatrice a prua. «Hai sconfinato». Gli hanno sventolato sotto il naso una copia de “l’Accordo di Caen”. Sorpresa. È stato firmato il 21 marzo 2015 da Laurent Fabius e da Paolo Gentiloni. I due ministri degli Esteri hanno ridisegnato le mappe marine. L’Italia ha perso un pezzetto di mar Ligure: quello della “fossa del cimitero”, la riserva dei gamberoni rossi. In cambio? Abbiamo guadagnato un tratto vicino alla Corsica. Ma nessuno lo sapeva. Lobasso paga una cauzione di 8.300 euro per riavere la sua barca, una settimana dopo. Poi qualcuno fa rilevare che l’Accordo di Caen non è valido, l’Italia non lo ha ancora ratificato. E adesso? Sono arrivate le scuse ufficiali dai transalpini. «Forse potremo chiedere un risarcimento ». Il povero Ciro Lobasso giura che «a pescare lì non ci vado più».

I gamberoni rossi e viola, “imperiali”, si pescano solo in Liguria. Franco Po, presidente dei pescatori professionisti di Sestri Levante, dice che ce ne sono sempre di meno. Come i polpi. «Colpa dell’inquinamento. E dei catamarani spagnoli, che fanno razzia di pesce (i besughi) al largo delle nostre coste». Ma non è solo la Liguria a fare i conti con i sequestri in mare aperto, le frontiere invisibili del Mediterraneo, la fauna ittica che non c’è più.

Tra Sardegna e Corsica i pescatori locali e toscani sono in “guerra” coi soliti francesi. In ballo c’è una presunta razzia di pesce misto e l’uso indiscriminato delle reti a strascico: secondo i transalpini — ma molti biologi la pensano diversamente — rovinerebbero i fondali, distruggendo il corallo. Nelle acque adriatiche, la Croazia è andata ben oltre le 12 miglia territoriali che le spettano e ha istituito autonomamente una zona “ecologica e protetta”, impedendo di fatto ai pescherecci italiani di avvicinarsi. Negli ultimi anni ha “scortato” nel porto di Dubrovnik tre nostre motonavi. Per ognuna, 18.000 euro di multa. Pure l’Albania fa la voce grossa. E la Grecia sta cominciando a fare un pensierino ad una zona “esclusiva” tutta per sé.

A sud è peggio. Lo scorso anno sono state sequestrate tre imbarcazioni siciliane dalla Marina egiziana. Fabio Micalizzi, che a Catania è il presidente dell’Associazione pescatori marittimi professionali, era corso in auto dei colleghi. «Alla fine hanno dovuto pagare, perché c’è sempre un prezzo: o è un semplice ricatto, oppure questo o quel paese riescono a strappare qualche concessione all’Italia. Tanto, quelli che ci rimettono siamo solo noi». Cita i trucchi di Tunisia e Malta, che qualche anno fa hanno arbitrariamente allargato la zona territoriale a 24 o 25 miglia marine. Prendendosi il meglio di gamberi rossi e bianchi, scampi, ma soprattutto pesce spada. «E intanto la Ue nel mirino ha solo i pescatori italiani, detta regole severissime. Mentre quelli del Maghreb sono liberi di fare qualsiasi cosa».

Micalizzi parla delle 12 tonnare salernitane che hanno il monopolio della pesca dei tonni, sembra una guerra tra poveri. «Il tonno è una specie aumentata in maniera impressionante: distrugge fino al 70% del nostro raccolto di pesce azzurro. E noi andiamo per pesce spada, coi palangari, ma agli ami spesso ci restano attaccati i tonni. Così niente più pesce spada, ma rischiamo di finire in tribunale per i tonni».

Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto produttivo della pesca di Mazara del Vallo, ricorda come «all’improvviso, all’inizio degli anni Duemila, la Libia ha allestito una sua flotta». Allargando la sovranità delle proprie acque a 74 miglia, una follia. E usando la forza, sequestrando. «Abbiamo vissuto momenti di grande tensione». Che rabbia. «Quasi 40 anni fa il Mammellone è stato dichiarato una zona di ripopolamento. D’accordo. Per noi è proibita. Però tunisini e libici continuano a sfruttarla».

Qualche volta sequestrano anche i pescherecci tunisini. Due sono all’ancora a Porto Empedocle. «Ma dalle parti di Lampedusa, che è un tesoro di triglie, sardine, gamberi bianchi, i padroni sono solo loro ». Pochi continuano a lottare. Negli ultimi 20 anni, il numero dei pescherecci italiani è sceso da oltre 24.000 a circa 12.500.

Repubblica – 18 febbraio 2016 

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