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Giurisprudenza. Animali sequestrati: «Restino alle famiglie adottive». E i cani non sono più cose. I «legami affettivi» sono stati riconosciuti da un giudice

di Daniela Monti. Gli animali domestici non sono pacchi che si possono spostare da una casa all’altra, da un padrone a un altro. Stabiliscono «legami affettivi importanti» con chi li ha cresciuti e per una volta — nel vuoto normativo che riguarda la sorte degli animali finiti sotto sequestro — questi «legami affettivi» sono stati riconosciuti da un giudice.

E considerati degni di tutela, come lo sono sempre i sentimenti umani, e come hanno già sancito decine di sentenze riguardanti bambini che restano nella famiglia adottiva — con la quale hanno stabilito legami affettivi importanti — anche se i passaggi che hanno portato all’adozione non hanno rispettato la legge alla lettera. «Nell’interesse supremo del minore», si dice in questi casi. «Nell’interesse supremo dell’animale» ha stabilito ora un giudice di Udine e il parallelismo — che a qualcuno potrà suonare come una forzatura — dà il senso di quanto stia davvero cambiando il nostro modo di considerare gli animali (non tutti: quelli domestici) e il nostro modo di vivere con loro. Resteranno dunque con le famiglie che li avevano accolti da cuccioli 29 cani finiti nel 2011 sotto sequestro perché trovati in pessime condi-zioni all’interno di un furgone che li stava trasportando dalla Slovacchia a Marzano (Pavia). Il conducente — dal cui allevamento proviene anche il barboncino Dudù di Silvio Berlusconi — era stato accusato di maltrattamenti, salvo poi essere assolto, cinque anni dopo. Tutto da rifare: i cani sono suoi, vanno restituiti. Le famiglie affidatarie si sono messe di traverso — i legami affettivi non sono mai a senso unico —, gli avvocati hanno fatto la propria parte e ora, con il decisivo intervento del giudice Roberto Pecile, si è arrivati ad una transazione: in cambio di un simbolico rimborso spese, i cani restano con chi li ama. Nel gennaio dello scorso anno era stato modificato l’articolo 514 del codice di procedura civile: gli animali da compagnia non posso-no più essere pignorati e andare all’asta in caso di insolvenza dei debiti da parte del proprietario. Ora anche per gli animali finiti sotto sequestro si aprono strade nuove: un conto è restituire, anni dopo, un oggetto al suo proprietario, altro è avere a che fare con esseri viventi. Perché gli animali non sono qualcosa, sono qualcuno. I giudici, nelle cause di separazione, cominciano a deliberare anche sul futuro degli animali (non solo su quello dei figli). E queste decisioni non nascono dal nulla, ma da un movimento che negli ultimi 40 anni — dall’uscita di Liberazione animale di Peter Singer, oggi professore di bioetica a Princeton — ha messo radici, teoriche e ora anche giuridiche, molto forti. L’obiettivo è cambiare il nostro sguardo sugli animali: non più cose e proprietà, ma soggetti di diritto. Lo ricordava, al convegno di zoo-semiotica che si è svolto a Palermo in dicembre, il sociologo Gianfranco Marrone: la forte presenza di animali domestici nelle famiglie ha creato nuove «figure sociali». Will Kymlicka, politologo canadese formatosi ad Oxford, nel suo Zoopolis. A political theory of animal rights, pubblicato nel 2011, ha esteso le teorie sull’inclu-sione multiculturale agli esseri non uma-ni. Fantascienza? Può darsi. Intanto il suo libro ha catturato l’attenzione internazionale, come non succedeva dal tempo della Liberazione animale di Singer.

IL Corriere della Sera – 23 gennaio 2017 

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