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Gli sbocchi post-laurea. L’università negli anni della crisi: pochi laureati e immatricolati in calo. I titoli più ricercati: in testa camici bianchi, economisti e ingegneri

Con le vacanze estive ormai agli sgoccioli per le aspiranti matricole si avvicina il momento delle scelte. Accedendo al portale www.universitaly.it potranno consultare l’offerta formativa 2015/2016 degli atenei italiani e individuare il corso di laurea più adatto alle loro aspirazioni.

Tra le opzioni che questo motore di ricerca del ministero dell’Istruzione mette a disposizione degli utenti – oltre a quelle tradizionali su facoltà, durata, città, primo livello o ciclo unico, accesso libero o programmato – ce n’è una da non sottovalutare se si vuole prendere la decisione giusta: è la condizione occupazionale dei laureati a uno o cinque anni monitorata dal consorzio Almalaurea. Questa variabile è stata tenuta fin qui in debito conto al momento dell’iscrizione? Non sempre a giudicare dai numeri dell’ultimo decennio.

Rinviando agli altri articoli in pagina per l’approfondimento su come le preferenze degli studenti e gli sbocchi occupazionali si siano incrociati (o meno) fin qui, in questa sede conviene soffermarsi sull’identikit generale dell’università che esce dagli anni della crisi. Con un dato su tutti che si staglia in campo lungo: il numero troppo esiguo di laureati che ci relega ai bassifondi europei. Nella fascia d’età 55-64enni siamo all’11%, contro il 22% della media europea e il 26% della Germania; nel range 25-34 anni arriviamo invece al 22%, a fronte dell 37% dell’Ue e del 39% dell’Ocse.

Ad aggravare ulteriormente il quadro ci pensa il vistoso calo delle immatricolazioni registrato negli ultimi anni. Dal 2003 (anno del massimo storico di 338 mila matricole) al 2014 (con 269 mila) la riduzione è stata del 20 per cento. Restringendo il campo agli ultimi cinque anni la diminuzione è stata pari al 9%: dai 297 mila giovani iscritti all’università nel 2009 si è passati ai 269 mila del 2014. Con un calo più sensibile tra i giovani del Sud.

Sebbene i segnali incoraggianti non manchino – a cominciare dall’età media alla laurea che anche grazie alla riforma universitaria è passata dai 27,3 anni del 2004 ai 26,4 del 2014 – il passaggio dalle aule universitarie al lavoro continua a rivelarsi tutt’altro che semplice. Come se non bastassero i tassi record di disoccupazione giovanile (44,2%) e Neet (26,2%) l’ultimo rapporto di Almalaurea sulla condizione occupazionale testimonia che negli ultimi cinque anni si sono ridotti sia il tasso di occupazione dei laureati sia la loro stabilità lavorativa.

Ciò nonostante la laurea, soprattutto in alcuni profili professionali, continua a rappresentare un “bene rifugio”. Specie nel lungo periodo. Una ragione in più per ponderare fino in fondo la scelta del corso di studi da seguire

I TITOLI PIÙ RICERCATI

In testa camici bianchi, economisti e ingegneri

Medicina o economia, giurisprudenza o scienze politiche, lettere o psicologia? Decidere il proprio futuro attraverso la scelta degli studi non è semplice, soprattutto se ci si trova davanti a un ventaglio ampio di possibilità come quello offerto dagli atenei italiani, tra università pubbliche, private e telematiche. Una scelta che deve tenere conto non solo degli interessi personali, ma anche delle prospettive occupazionali, della qualità e del respiro internazionale dei programmi.

Negli atenei italiani, in partenza per il prossimo anno accademico ci sono circa 4.500 corsi, tra primo, secondo livello e ciclo unico. Quali tra questi offre una garanzia in più al momento in cui bisogna affacciarsi nel mondo del lavoro?

Secondo le ultime rilevazioni di Almalaurea (il consorzio che raggruppa 72 atenei, dai quali arriva oltre il 90% dei laureati), in cima alla classifica dei titoli di studio che offrono migliori risultati sul mercato del lavoro a cinque anni dal titolo – il tempo giusto per misurare la spendibilità di una laurea – troviamo medici e professioni sanitarie, ingegneri, chimici, economisti e “dottori” in statistica. Più nel dettaglio, i camici bianchi trovano lavoro nel 97% dei casi (professioni sanitarie) e nel 95% per i medici, appaiati dagli ingegneri (95,3%). Subito dopo seguono chimici che nel 90,1% dei casi a cinque anni dalla laurea risultano occupati, e da economisti e statistici (89,6%). Laureati questi che in media vengono premiati anche da stipendi più alti di 200-300 euro rispetto ai colleghi che hanno seguito altri percorsi di studio. I medici a cinque anni dalla laurea guadagnano a esempio in media 1.678 euro (la media dei laureati italiani è 1.356 per i magistrali e 1.283 per le laurea a ciclo unico). Anche chi ha studiato economia o chimica guadagna di più: in media rispettivamente 1.487 e 1.475 euro.

Più difficoltà a entrare nel mercato del lavoro le trovano invece i laureati del settore giuridico: risultano occupati il 74,4% a cinque anni dal titolo. Quasi le stesse performance per i laureati del settore letterario (74,9%). Diverse difficoltà anche per chi possiede una laurea in psicologia o un titolo per accedere all’insegnamento: dopo cinque anni dalla tesi circa il 20% risulta infatti disoccupato. Poco meglio vanno infine i laureati in scienze politiche e quelli del settore linguistico: il loro tasso di occupazione supera di poco l’84%.

Dati questi che sembrerebbero far emergere un maggiore successo sul mercato dei laureati in materie tecniche e scientifiche avvantaggiati secondo la vulgata anche da una minore concorrenza. «Sulla quota di laureati in materie tecnico-scientifiche va innanzitutto sfatato un mito: non è vero che sia inferiore a quella degli altri Paesi. Anzi, in alcuni casi, come in confronto agli Usa, la quota italiana è decisamente più elevata», avverte Francesco Ferrante, consulente scientifico di Almalaurea. Che riconosce come la crisi abbia in qualche modo cambiato le scelte di studio: «È indubbio che a cavallo della recessione si sia verificata una riduzione di iscrizioni verso lauree che, per diversi motivi, si sono rivelate nel tempo meno efficaci in termini di inserimento occupazionale e che sia nel contempo cresciuta la quota di immatricolazioni in quelle caratterizzate da migliori chances occupazionali, come ingegneria ed economia». Per Ferrante è comunque opportuno ricordare che «le decisioni riguardanti i percorsi formativi, anche a livello universitario, non sono legate solamente alle prospettive di inserimento professionale a breve termine e sono condizionate, soprattutto in Italia, anche da fattori socio-culturali».

In ogni caso a prescindere dal corso di studi che si deciderà di seguire ci sono almeno due acceleratori di occupazione che non vanno sottovalutati. E cioè lo stage e l’esperienza internazionale. Secondo l’ultimo rapporto Almalaurea, già a un anno dal titolo a parità delle altre condizioni il tasso di occupazione fra chi ha svolto uno stage è superiore di circa un punto e mezzo rispetto a quello registrato fra quanti hanno alle spalle un’esperienza accademica tutta giocata in aula. Ma è nel medio periodo che la tendenza si consolida, al punto che secondo Almalaurea uno stage aumenta del 10% il successo occupazionale dei laureati.

Un altro acceleratore è rappresentato poi dalle esperienze internazionali durante gli studi che uniti allo stage gonfiano del 20% le prospettive di successo occupazionale. Un numero questo che ogni studente non deve assolutamente prendere sotto gamba qualunque sia la scelta accademica fatta.

Il Sole 24 Ore – 28 agosto 2015

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