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Gli sperperi delle Regioni, tra ostriche e reggiseni. Solo nel 2012 i gruppi consiliari hanno speso 95 milioni. Ecco come si garantisce l’afflusso di denaro

Gli sperperi delle Regioni, tra ostriche e reggiseniNicole Minetti. La ricevuta fiscale per il pranzo di nozze della figlia, la fattura per le cartucce da caccia, lo scontrino per il lecca-lecca, la cena con le ostriche e il pranzo con l’aragosta, i rimborsi chilometrici col trucco, le mutande verdi del governatore e il reggiseno push-up della consigliera, il collier della capogruppo e il tosaerba del consigliere, per non parlare del catalogo degli sprechi romani di Fiorito-Batman e delle feste in costume, tutto naturalmente, tacitamente e sistematicamente sul conto della Regione, dal Piemonte alla Sicilia.

Ma quanti sono, i rubinetti del denaro facile ai quali si sono attaccati in questi anni i politici senza scrupoli di tutta Italia? Sono tanti, e tutti gonfi di soldi da spendere disinvoltamente. Con o senza ricevuta. La Corte dei conti ha calcolato che nel solo 2012 i gruppi consiliari dei partiti hanno incassato e ovviamente speso 95 milioni 655 mila euro  –  in lire, per dare un’idea, sarebbero stati quasi duecento miliardi  –  con una spesa media che nel Lazio era di 188.929 euro a consigliere, cifra che si aggiunge alle generose indennità (come vengono chiamati gli stipendi dei politici) e agli altri rimborsi, come le diarie e le spese di trasporto. Che sono pagati a parte.  Ma vediamo uno per uno quali sono i capitoli delle spese allegre delle nostre Regioni.

PENDOLARI D’ORO Partiamo dalla fine, ovvero dall’ultimo caso che le cronache  –  a cavallo tra il comico e il grottesco  –  ci hanno consegnato, quello dei rimborsi chilometrici: poiché ci sono consiglieri che per raggiungere l’ufficio devono fare ogni giorno anche trecento chilometri, in busta paga viene aggiunto un “rimborso spese trasposto” parametrato alla distanza casa-Regione (in Lombardia si va da un minimo di 310,90 euro a un massimo di 3500). È una cifra che non paga il gruppo, ma direttamente la Regione. E se il principio è inattaccabile, il trucco è semplice: spostare la residenza nel luogo più lontano dal Consiglio per ottenere la cifra più alta, come ha fatto il leghista Davide Boni, ex vicepresidente del Consiglio regionale, che ha fatto valere la residenza anagrafica a Sabbioneta (a 143 chilometri dal capoluogo) tacendo il fatto che abitava da anni nel centro di Milano. È stato così che con la busta paga di gennaio 2011, ottenendo anche gli arretrati, ha incassato 35 mila euro.

I MISSIONARI Discorso a parte quello dei “rimborsi per missioni”, ovvero per presenziare a convegni, mostre, dibattiti e riunioni sul territorio. È il sistema più utilizzato nelle Regioni dove basta l’autocertificazione: basta la parola, e si incassano i rimborsi per i viaggi, veri o finti. Qui il recordman è il piemontese Roberto Boniperti, che in un solo anno è riuscito a farsi rimborsare 37 mila euro, muovendosi come una trottola anche ad agosto, a Regione chiusa (“Andavo a tre sagre al giorno”, spiegò).

LE CASSEFORTI DEI GRUPPI Poi ci sono le somme che vengono assegnate ai gruppi consiliari “per garantirne il funzionamento”. Per pagare un paio di segretarie, le spese di cancelleria e l’abbonamento al telefono? Macché. Sotto questa voce è finora passato un fiume di denaro, gestito disinvoltamente da capigruppo spregiudicati come il pidiellino Franco Fiorito o come il dipietrista Vincenzo Maruccio, che avevano spostato sui loro conti personali più di un milione di euro ciascuno. Come è stato possibile? Semplice: ci sono Regioni che richiedono le pezze d’appoggio (scontrini o fatture), altre che si accontentano di un’autocertificazione. E così, per esempio, a Fiorito bastava scrivere “chiedo e ricevo” per ottenere le somme che si autoassegnava, mentre a Milano il leghista Galli ha dovuto presentare la ricevuta fiscale, per farsi rimborsare il banchetto di nozze della figlia (fatto passare per “riunione conviviale del gruppo” e addirittura pagato dall’inconsapevole genero). Lui deve essere ancora processato, mentre l’ex capogruppo del Pdl in Sardegna, Mario Diana, e stato arrestato quattro mesi fa perché tra i 217 mila euro di spese ingiustificate c’erano anche due Rolex, nove libri antichi e 69 penne Montblanc.

MOGLI & FIGLI Ma con i fondi dei gruppi si possono fare  –  e infatti sono state fatte  –  molte altre cose. Aiutare mogli, figli, cognati e parenti vari, per esempio. Un capogruppo piemontese, Maurizio Lupi, ha fatto un contratto di consulenza da 75 mila euro alla figlia (sorvolando sul fatto che la ragazza in quel periodo fosse a Parigi per uno stage). Un politico siciliano, Giovanni Greco, ha fatto pagare 3993 euro alla moglie per “statistiche delle elezioni politiche del maggio 2012” (elezioni che, detto per inciso, non ci sono mai state). Mentre il lombardo Stefano Galli (sempre quello del pranzo nuziale), è riuscito ad assegnare un contratto da 189 mila euro al genero (quello che pagò il conto) con il compito fondamentale di “fare volantinaggio in favore della Lega”, quando finiva in fabbrica il suo lavoro come imbottigliatore di acque minerali. Bisognava spenderli, quei soldi, e nessuno faceva mai domande indiscrete.

BASTA LO SCONTRINO  I gruppi però non tengono per sé tutta la cifra. La distribuiscono, in buona parte, ai singoli consiglieri, “per garantire il rapporto tra elettore ed eletto”. Decine di migliaia di euro a testa ogni anno. E anche qui ci sono Regioni come la Sicilia e la Sardegna, che fino a ieri si accontentavano di una autocertificazione (“Sono andato lì, dovevo fare questo, ho speso tanto”) e a fine legislatura distruggono persino i registri con i conti  –  non si sa mai – mentre altre chiedono almeno uno scontrino fiscale. Ed è grazie agli scontrini che abbiamo saputo dei videogame di Renzo Bossi e della sabbia in boccetta di Nicole Minetti (27 euro), ma anche appreso cosa sono riusciti a farsi rimborsare il lombardo Pierluigi Toscani (752 euro di cartucce da caccia), il piemontese Andrea Stara (tosaerba e sega circolare), il napoletano Massimo Iannicciello (63 mila euro per una “consulenza di comunicazione” affidata a una società di commercio all’ingrosso di rottami) o il campano-piemontese Angiolino Mastrullo (13mila 300 euro per una trasferta con bus al congresso del Pdl del 2011: alla partenza non si presentò nessuno ma la fattura venne pagata lo stesso). Va detto che dopo gli scandali c’è stata una sforbiciata, su queste spese: nel Lazio, il governatore Zingaretti ha drasticamente ridotto i fondi ai gruppi, portandoli da 14 milioni a 500 mila.

OSTRICHE E TARTUFI  L’ultimo capitolo dei rimborsi facili è un classico: le “spese di rappresentanza”. Uno status-symbol, ormai, più che un benefit. Ne hanno diritto non solo i governatori e gli assessori, ma anche i presidenti dei Consigli regionali, e non vengono pagate con i fondi dei gruppi ma direttamente dalla Regione. Basta presentare una nota spese con gli scontrini e le ricevute: da lì vengono le mutande verdi di Roberto Cota, per dire. Prima che cominciasse la stagione dell’austerità forzata, la sola giunta Formigoni ha destinato a questa voce 433 mila 605 euro, nei suoi ultimi cinque anni. Soldi che sono stati spesi per pranzi da 3320 euro a base di champagne e tartufi (al confronto il pranzo con tagliata di aragosta del vicegovernatore dell’Abruzzo Alfredo Castiglione, 202 euro, sembra uno spuntino frugale) ma anche per pagare all’ex assessore Massimo Buscemi la sua cena di Natale del 2009 (380 euro) e anche il cenone di fine anno (695 euro). Naturalmente, pure il Consiglio regionale aveva un suo budget, ed è lì che nel Natale del 2010 ha attinto l’ex presidente Davide Boni per comprare nella sua trasferta napoletana 75 cravatte di seta e tre sciarpe di cashmere. “Nient’altro?” chiese il commesso. “Metta anche sette foulard di seta”. Ma sì, tanto pagava la Regione.

Repubblica – 23 marzo 2014 

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