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La Camera vota la fiducia con 316 sì 301 no

L’opposizione che diserta la prima chiama della fiducia per ostacolare il raggiungimento del quorum, ma i radicali votano subito vanificando ogni sforzo.

Le assenze su entrambe le sponde che rendono incerto l’esito del match. Mentre il pidiellino Maurizio Lupiipotizza la vittoria della maggioranza a partita ancora in corso («322 voti alla prima chiama, 315 voti per la fiducia»). E, quando l’arbitro fischia la fine, ecco il responso della Camera: 316 i sì e 301 i no. Il Cavaliere e la sua maggioranza si salvano anche questa volta, dunque. E Berlusconi si mostra soddisfatto: «È l’ennesima figuraccia dell’opposizione». Ma Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, vede il bicchiere mezzo pieno. «A ogni fiducia perdono pezzi». Fuori, intanto, esplode la protesta degli indignati con il lancio di uova contro Montecitorio e il blocco del traffico nelle vie del centro di Roma.

Il premier al Colle dopo il Cdm ma sul tavolo non c’è il voto di fiducia

Nel pomeriggio, dopo il Cdm – in cui arriveranno i «dolorosi tagli» ai ministeri, chiarisce il premier non prima di aver ringraziato Tremonti «per i conti in ordine» – Berlusconi salirà al Colle «ma è un incontro già previsto e non sui temi di oggi». Sul tavolo, come spiega lo stesso Berlusconi, anche la delicata partita della successione ai vertici di Bankitalia. «Abbiamo tante possibilità, abbiamo tempo, ne parlerò oggi con il capo dello Stato». Quanto all’altro nodo, il decreto sviluppo, il nuovo timing fissato dal premier è il seguente. «Arriverà la prossima settimana».

Le assenze dell’ultima ora nelle fila maggioranza

Nel campo di Montecitorio, le squadre si studiano comunque fino all’ultimo. E, man mano che passano i minuti comincia a delinearsi il risultato. Nella maggioranza votano sì Scajola (ma due dei suoi, Destro e Gava, danno forfait) e Miccichè insieme a tutta la sua pattuglia. Si defila in zona Cesarini l’ex responsabile Sardelli che pure il Cavaliere cerca di dissuadere a partita cominciata. Votano poi due incerti della vigilia: Ascierto (Pdl) che arriva in aula con le stampelle e Stefani (Lega), la cui presenza era data in forse a causa di una polmonite. Manca poi all’appello anche Versace, da poco migrato dal Pdl al Misto, che si fa vedere in Transatlantico ma ribadisce il suo niet. Ci sono e votano subito “no” i cinque radicali (manca la Zamparutti) dopo essersi smarcati anche questa volta dalla linea dell’opposizione che sceglie invece di entrare in aula solo durante la seconda chiama. Ma i radicali lanciano un bell’assist al Cavaliere poco prima del fischio finale.

Berlusconi sicuro prima del voto: agguato fallirà

Un voto al cardiopalma dunque, ma in aula i sussulti arrivano solo quando comincia la prima chiama per la fiducia. Perché, mentre nei corridoi si snocciolano gli ultimi conteggi, non senza timori per le defezioni last minute, le dichiarazioni voto non riservano sorprese. Con il Cavaliere che, poco dopo l’inizio del match, si accomoda tra i banchi del governo dove sono giù seduti il ministro Elio Vitto e il collega Raffaele Fitto. Il premier non si ferma a parlare con i cronisti, il viso tirato prima della partita. Parla poi per ribadire che «batteremo la sinistra, l’esecutivo stasera ci sarà ancora» e che su Bankitalia non serve accelerare: «Abbiamo tempo fino all’1 novembre». L’agguato, dirà poco dopo, «fallirà anche questa volta».

Opposizione diserta la prima chiamata

In aula intanto, prima del responso finale, filano via anche le dichiarazioni di voto. Con il segretario del Pri, Francesco Nucara, che apre le danze annunciando il “sì” della mini-pattuglia alla fiducia anche se «i repubblicani non sono soddisfatti della politica del governo». Nessuna critica arriva invece da Silvano Moffa, capogruppo di Popolo e territorio (gli ex Responsabili), che difende la maggioranza. «Siamo stanchi dire che qui c’è il baratto voto. Se mai il baratto è dall’altra parte». Ma non ci sono contestazioni o mugugni dai banchi dell’opposizione, ancora semivuoti. Perché il centro-sinistra prosegue sulla linea dell’Aventino disertando anche la vigilia del voto e poi la prima chiama. Ultime strategie per provare a stringere all’angolo la maggioranza.

L’affondo di Cicchitto contro Fini: se non è super partes si dimetta

La temperatura dell’aula sale quindi a poco a poco. E il clima comincia a surriscaldarsi quando dopo Marco Reguzzoni, capogruppo della Lega al Carroccio – che invoca senza grande convinzione «impegni concreti in termini temporali» da parte della maggioranza, a cominciare dalla riforma costituzionale Bossi-Calderoli – a prendere la parola è il numero uno dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che torna a infilzare in aula il presidente della Camera, Gianfranco Fini chiedendone un passo indietro. «Se lei non è in condizione di fare il presidente della Camera restando al di sopra delle parti, deve dimettersi e partecipare a tempo pieno alla lotta politica», è l’invito rivolto a Fini da Cicchitto. Che ribadisce poi la necessità di un decreto sviluppo «non a costo zero» – come invece vorrebbe il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti – e l’esigenza di lavorare sull’abbattimento del debito pubblico. Ma soprattutto la via del voto se il governo sarà sfiduciato. «Senza la fiducia l’unica strada sono le elezioni».

ore 8.30

L’obiettivo è avere la maggioranza assoluta, raggiungere e superare quota 316, per mostrare al Capo dello Stato che questo governo è ancora in grado di andare avanti.

Silvio Berlusconi ha appena finito di parlare che in Transatlantico si cominciano a fare i conti. Il discorso del premier ha deluso i frondisti, che fanno capo a Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo ribadisce a voce alta che la fiducia al premier non è in discussione ma il timore che si fa largo a Palazzo Grazioli è che oggi possano verificarsi «assenze strategiche», 4-5 voti in meno che basterebbero a rendergli la vita difficile.

Per questo il premier si è mosso in prima persona, seguendo da vicino le mosse di Scajola: «un amico», un «protagonista importante» del Pdl, dice il premier, che smentisce l’esistenza di «trattative». Per evitare sorprese però ieri ha invitato a a Palazzo Grazioli Fabio Gava, il più duro degli scajoliani assieme a Giustina Destro, che qualcuno già avvicina alla possibile lista civica guidata da Luca Cordero di Montezemolo. Poi è stata nuovamente la volta di Scajola, a conferma di quanto Berlusconi tema eventuali fughe in avanti.

La minaccia del premier di un immediato ritorno al voto qualora il suo governo dovesse fallire, non è risultata troppo convincente. Anche perché ormai in molti, ben di più della fronda che fa capo a Scajola, si sono convinti che il Cavaliere abbia già fatto l’accordo con Bossi per andare alle urne la prossima primavera, in modo da poter sfruttare ancora una volta il Porcellum ed evitare il referendum. Una prospettiva che non piace quasi a nessuno, visto che secondo gli ultimi sondaggi il Pdl rischia di perdere un centinaio di deputati. «Sarebbe un suicidio politico», ripetono anche coloro che vengono definiti «fedelissimi» del premier. Ecco perché man mano che si va avanti si comincia a far strada l’idea che qualora Berlusconi dovesse cadere, non è affatto scontato che si vada alle elezioni: «Tempo dieci giorni e si fa un nuovo governo, che se guidato da Letta verrebbe appoggiato anche da noi», ammetteva ieri un ministro del Pdl.

La partita si giocherà fin dai prossimi giorni e avrà al centro il decreto sviluppo e la legge di stabilità. Berlusconi ieri ha detto che «il rigore dei conti non basta». Una frecciata a Tremonti, ma non sufficiente a rassicurare quanti più volte si sono sentiti dire che «Giulio non deciderà più tutto da solo», per poi ritrovarsi l’indomani con i testi dell’Economia già pronti per l’approvazione. Se ne è avuta la conferma anche ieri al Consiglio dei ministri, con Romani scagliatosi contro Tremonti per i tagli previsti dalla legge di stabilità, che il ministro Stefania Prestigiacomo ha già anticipato di non voler votare. La delicatezza del momento ha suggerito al premier di rinviare a dopo il voto di fiducia la decisione. Ma lo stesso si sta verificando sul decreto sviluppo definito da molti «l’ultima occasione». L’ex finiano, Adolfo Urso, l’ha detto chiaramente, annunciando che da dopodomani il suo voto non sarà scontato. Altri, sempre più numerosi, lo sussurrano. Ci sono poi mugugni per le promesse non rispettate. Nicola Cosentino, il potente coordinatore campano del Pdl, ieri ricordava che Berlusconi aveva promesso di fermare le ruspe per la demolizione delle case abusive: «I termini del condono vanno riaperti, ci metto un attimo a non far votare 20 deputati…» minacciava ieri non troppo velatamente, parlando con alcuni colleghi alla Camera

ilsole24ore.com – 14 ottobre 2011

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