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I 2.400 cibi tedeschi al 100%. All’Expo la Germania racconta il sistema di etichettatura «regionale» introdotto nel 2014

Al padiglione tedesco dell’Expo incontri la Germania che non ti aspetti. Dopo gli scontri a Bruxelles sulla tracciabilità dei cibi e l’etichettatura d’origine, capita d’imbattersi nella gigantesca installazione della Repubblica federale in una sala dedicata all’acquisto responsabile. Con la simulazione di un supermercato digitale: un carrello scorre lungo banconi stilizzati collocati alle pareti che simulano quelli di un punto vendita di quelli che si trovano a Berlino, piuttosto che a Stoccarda, Monaco o Dortmund.

Oltre all’immancabile bla bla sulla sostenibilità ambientale – confezioni riciclabili e via dicendo – fra i tanti cartelloni digitali che appaiono scorrendo il carrello sugli scaffali virtuali ce n’è uno che apre una finestra inattesa sull’alimentare tedesco. Quello intitolato «La finestra regionale» che racconta la svolta impressa alle abitudini alimentari dei tedeschi con le nuove etichette trasparenti. «Sempre più persone, in Germania, prediligono gli alimenti regionali eppure il concetto di regione viene utilizzato spesso in modo creativo», racconta il cartellone digitale. «A fare chiarezza è una nuova etichetta sviluppata su incarico del Ministero Federale per l’Alimentazione e l’Agricoltura , la finestra regionale».

In pratica si tratta di un’etichetta unificata ma non obbligatoria che fornisce per la prima volta in tutta la Germania, «informazioni vincolanti sulla provenienza degli ingredienti principali e sul luogo in cui è avvenuta la lavorazione del prodotto. Non solo per i wurstel», chiarisce il cartello leggibile nel supermercato virtuale, «ma per tutti gli alimenti. perché è giusto che le specialità regionali provengano realmente dalla regione indicata, no?».

In pratica una via di mezzo fra le Igp (Indicazioni geografiche protette) e le nostre Deco, Denominazioni comunali d’origine, mai decollate veramente. La scoperta è proprio questa. La Germania, grande esportatore verso l’Italia di suini da cui le nostre industrie alimentare ricavano prosciutti e salami made in Italy ma non troppo, a casa propria ha realizzato un sistema di etichettatura trasparente da far invidia a quello che i nostri profeti del made in Italy 100 per cento chiedono da anni. Senza ottenere nulla.

Il sistema di tracciabilità germanico è stato introdotto nel 2014 su 2.400 specialità locali, da una legge fortemente voluta dal ministro tedesco dell’Agricoltura, Christian Schmidt. Che di recente si è detto preoccupato per le conseguenze di un sì al trattato Transatlantico di libero scambio con gli Stati Uniti, il Ttip, che impedirebbe a Berlino di «proteggere ogni salsiccia e ogni formaggio come una specialità».

Ma i consumatori tedeschi nel frattempo, si sono abituati al nuovo sistema di etichettatura che verrebbe vanificato dalla prevista invasione di prodotti americani a basso costo capaci di scalzare quelli originali. Rischio simile a quello che corrono anche Dop e Igp. Non a caso la Cancelliera Angela Merkel, dopo alcune timide aperture alla Nato economica, è tornata a pigiare sul freno.

Attilio Barbieri – Libero – 30 maggio 2015 

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