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I medici cubani “merce di scambio”. Molti disertano e non tornano in Patria: in 10 anni 5 mila “fughe”

Il regime dei Castro baratta le competenze dei dottori con soldi e petrolio. Per i camici bianchi l’occasione per rifarsi una vita. A Cuba la Sanità costituisce un’eccellenza: è gratuita, qualificata ed esportata in tutto il mondo.

Dai primi anni della Rivoluzione i medici di Fidel prestano aiuto negli altri Paesi: nel 1963 erano in Algeria a soccorrere i feriti della guerra d’indipendenza, nel 1986 curavano i bimbi colpiti dalle radiazioni della centrale di Cernobyl. Quando ha problemi di salute, Diego Armando Maradona si trasferisce nelle cliniche caraibiche, e persino l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez (morto nel 2013) scelse di lottare contro il cancro sull’isola. 

Ora, però, quello che veniva considerato un tesoro nazionale è diventato nient’altro che una merce di scambio, e Cuba rischia di perdere una delle sue più grandi ricchezze. Da qualche anno, infatti, il regime dei fratelli Castro starebbe barattando le competenze dei suoi dottori con investimenti finanziari, petrolio e derrate alimentari, soprattutto con Brasile e Venezuela. In questo modo i Paesi “amici” espandono la propria influenza economica sull’isola (negli ultimi 10 anni le esportazioni dal Brasile a Cuba sono quadruplicate, arrivando a un valore di 450 milioni di dollari all’anno) e l’Havana si garantisce una fonte di reddito sicura. 

L’affitto dei dottori, infatti, ha un prezzo: solo per il progetto con Rio è stato calcolato che entreranno nelle casse del regime 270 milioni di dollari all’anno. E nelle tasche dei medici? Una miseria. Lo stipendio è di circa 300 dollari al mese, metà subito e metà al ritorno in patria. Quando tornano, però. Pare infatti (i dati sono stati diffusi dall’Ong con sede a Miami “Solidaridad Sin Fronteras”) che negli ultimi dieci anni oltre 5 mila dottori “fuori sede” abbiano disertato, e molti di loro non abbiamo più fatto rientro a Cuba. Nella maggior parte dei casi i medici sono costretti a esercitare la professione in ospedali inagibili e fatiscenti, situati in villaggi isolati o nelle favelas, dove i sistemi sanitari nazionali sono carenti. Un lavoro duro e mal pagato che i più insofferenti al regime, soprattutto prima della riforma migratoria del 2013, hanno trasformato in occasione per costruirsi una nuova vita. Secondo le ultime stime, oggi sarebbero 50 mila i medici cubani all’estero. Forse è il caso di iniziare a trattarli meglio, se si vuole che tornino tutti a casa.

La Stampa – 8 febbraio 2014 

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