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Il “burofisco” ferma l’Italia: 210 scadenze all’anno e il rimborso Iva è un rebus. Un mare di norme, contenzioso lumaca, investitori scoraggiati. La semplificazione non decolla

Sergio Rizzo. Quello che non si riesce a immaginare è quanto tempo i cervelloni dell’Agenzia delle entrate abbiano impiegato per scrivere quelle centonovanta pagine di istruzioni. Sappiamo però che sono distribuite fra 10 circolari e tre risoluzioni, tutte vergate fra il 2010 e il giorno d’oggi. Con l’obiettivo di istruire le imprese circa la delicata materia dei rimborsi e delle compensazioni Iva. E senza contare i 13 cosiddetti documenti di prassi. Con il che si arriverebbe a quota 26 norme partorite negli ultimi sette anni per spiegare agli ignari contribuenti, qui viene il bello, come far funzionare un principio stabilito nel1972, cioè 45 anni fa, e applicare una legge del 1997, che invece di anni ne ha soltanto 20. Bastasse poi leggerle tutte quelle scartoffie, per apprendere come farsi restituire dei soldi dati in più al fisco, oppure come compensare gli eccessi di pagamenti con altre tasse da pagare. Sarebbe troppo semplice: ogni nuova circolare ha rimandi agli atti precedenti, così che quelle 190 pagine vanno rilette tutte ogni volta. Un esercizio al quale si devono sottoporre anche i commercialisti più scafati.

La domanda è: se gli esperti del Fondo monetario internazionale hanno definito “allarmante” la situazione del fisco italiano con riferimento all’annosa questione dell’Iva che riserva all’Italia il record europeo di evasione, quale parola avrebbero usato se avessero saputo questo? Di fronte a questo stato di cose fa quasi tenerezza l’ennesimo richiamo alla necessità di avere un “fisco semplice”, autore in questo caso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Perché è durante la sua gestione che, nel tentativo di rendere le cose più semplici con il Decreto semplificazioni (quale governo non ne ha fatto uno?) «sono state già necessarie», informa un dettagliato documento dell’ufficio studi di Confartigianato, «quattro circolari e due risoluzioni dell’Agenzia delle entrate per decodificare, interpretare e chiarire le novità della legge».
Forse è questa la spiegazione del perché il sistema gira a vuoto. Del motivo per cui dal 2008 al 2014 sono state emanate 758 misure con impatto fiscale di cui ben 56 per contrastare l’evasione fiscale: ma gli evasori, almeno a giudicare dai dati comparsi sulle pagine di
Repubblica
negli ultimi giorni, non se ne sono quasi accorti. Sembra, insomma, che l’apparato sia disegnato appositamente non per raggiungere un obiettivo, bensì per giustificare la propria esistenza in vita. Come sosteneva più di un secolo fa Max Weber e come lascia intendere ossessivamente oggi uno dei massimi conoscitori della pubblica amministrazione qual è Sabino Cassese, secondo il quale il problema della burocrazia italiana altro non è che “assenza della cultura del risultato”.
Ebbene, nel manicomio fiscale questa teoria raggiunge la sua espressione massima. La dimostrazione? La Confartigianato ha calcolato quante scadenze fiscali sono imposte mediamente alle imprese, per esempio della Lombardia. Arrivando alla conclusione che non sono meno di 210. Per l’Iva ce ne sono 75, più 39 per le imposte dirette; quindi l’Inps (39), l’ufficio del registro (10), il Bollo (7) l’Inail (6), l’assistenza fiscale (5)… e via di questo passo. La conseguenza è che se ne sommano 4,4 per ogni settimana lavorativa: ovvero, quasi una al giorno. Ottobre, con 26 scadenze, è un inferno. Ma anche novembre e maggio (22 ciascuna) non scherzano. Spiegarglielo a quelli dell’industria 4.0 non sarà facile, nemmeno per il presidente dell’organizzazione degli artigiani Giorgio Merletti, secondo cui «l’impegno del governo e degli imprenditori per recuperare competitività rischia di essere vanificata da troppe leggi e adempimenti». Ovvio l’augurio che «la rivoluzione del fisco digitale annunciata dall’esecutivo rappresenti davvero l’occasione per voltare pagina». Ma se guardiamo come sono andate finora le cose…
Prendiamo il contenzioso tributario. Se si imbocca quella strada sono davvero guai. Per tutti. Guai per lo Stato, che si è visto dare ragione nel 2016 dalla giustizia fiscale in meno della metà delle controversie: 45,3 per cento, esattamente. Ma guai anche per chi non vorrebbe perdere la testa fra le carte bollate. Il documento della Confartigianato sottolinea che le commissioni tributarie regionali impiegano mediamente per una causa la bellezza di 778 giorni, vale a dire due anni e due mesi. Mentre le commissioni provinciali si prendono addirittura tre giorni in più: 781. E va già bene a chi non sta a Sassari, dove la media è di 1.652 giorni, oppure a Catania (1.770), Cosenza (2.007) e Crotone (2.235). Il massimo però si tocca a Siracusa, con 2.271 giorni: sei anni e poco meno di tre mesi. Avvilente.
Non meno avvilenti, di riflesso, sono per il nostro Paese i risultati dell’indagine annuale della Banca mondiale sulla facilità di fare impresa. La classifica 2017 di Doing business colloca l’Italia alla casella numero 50 nel mondo, ben distante dalla Spagna (32), dalla Francia (29), dalla Germania (17), dagli Stati Uniti (8) e dalla Gran Bretagna (7). Una graduatoria decisamente influenzata soprattutto dalla modestissima qualità del fisco. Vero è che tutta la burocrazia è una palla al piede pesantissima. Nelle procedure per l’avvio dell’impresa, ad esempio, l’Italia occupa la posizione numero 63. Per i permessi di costruzione, scende ancora al numero 86. Nel caso dell’acceso al credito sfonda quota cento: 101. E se si considera la risoluzione delle dispute commerciale, siamo messi davvero male. Davanti abbiamo ben 107 Paesi. Ma è alla voce “pagamento delle imposte” che diamo veramente il peggio. Secondo Doing business non meritiamo più del posto numero 126.
Ce ne sarebbe già abbastanza per scoraggiare tutti i potenziali investitori esteri. Ciò che tuttavia è davvero preoccupante, al di là dei metodi (per taluni anche discutibili) con cui vengono compilate quelle graduatorie, è il confronto con il passato. Torniamo a dieci anni fa, il 2007. La crisi era alle porte, e nella classifica sulla facilità di fare impresa della Banca mondiale l’Italia non andava oltre l’ottantaduesimo posto. Oggi siamo 32 posizioni più avanti e per questo dovremmo esultare. Se non fosse che negli aspetti più delicati della graduatoria siamo più indietro di allora. Nella concessione del credito bancario, per esempio, l’Italia è scivolata da 65 a 101. E nel fisco abbiamo perduto nove posizioni, dalla 117 del 2007 alla 126 del 2017. Dunque non c’è molto da stare allegri. Nel mondo che corre noi continuiamo ad arrancare, rallegrandoci di qualche punticino guadagnato in classifica senza accorgerci del terreno che perdiamo nelle graduatorie che contano. In attesa della prossima legge di semplificazione, con le sue risoluzioni, i suoi documenti di prassi. E le sue circolari, presto inevitabilmente seguite da altre circolari.
Repubblica – 9 ottobre 2017

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